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Le abbiamo lungamente provate prima di esprimerci. La nuova generazione delle Pixel Buds di Google vanta una serie di funzioni davvero molto pratiche ma, lo diciamo subito, non sono dedicate ai puristi della musica. Il compromesso ottenuto da Big G va principalmente nella direzione di creare un wearable destinato a remotizzare Assistant, con in più la possibilità di godere di una più che discreta esperienza musicale. Difficile però consigliare questi auricolari true wireless, peraltro non proprio a buon mercato, a un pubblico che cerca la qualità sonora come requisito principale. Le si consideri se si vuole avere il migliore compagno possibile di Android sul fronte Google Assistant.

Tanto per iniziare la nuova generazione di Pixel Buds sono vendute esclusivamente sullo store online di Google al prezzo di 199 euro. Questa la pagina dove acquistarle: https://store.google.com/it/product/pixel_buds

Dunque, anche se si tratta della seconda generazione non troverete indicato in alcun contesto sul sito italiano che si tratta della versione 2 o simile. Il design dell’auricolare con il padiglione grande centrale che si estende da un lato con la “virgola” per appoggiarsi all’incavo dell’orecchio, dall’altro lato si sviluppa nello speaker che va inserito nel canale uditivo. Sono modelli in-ear, la cui stabilità quando indossati è garantita dalla somma tra lo spessore del silicone (in tre misure) che ricopre lo sfogo acustico e dalla suddetta “virgola”.

L’incastro è quindi meccanico all’interno dell’orecchio, non esistono altri supporti. Lo ripetiamo perché le Pixel Buds vanno inserite per alcuni millimetri nel condotto uditivo, da cui la definizione di auricolari in-ear, e dunque prima di acquistarle online fate qualche ragionamento sul fatto che questa configurazione sia di vostro gradimento. Quando si scelgono cuffie e auricolari tenete sempre presente che il comfort, al pari della resa acustica, è una caratteristica fondamentale che determina l’utilizzo e la soddisfazione complessiva.

Detto questo, chi vi scrive predilige in modo particolare le true wireless perché comode e pratiche, dato che lasciano pieno movimento alla testa e sembra quasi di non averle. Il comfort non è un problema. Anzi, la soluzione di indossabilità della seconda generazione delle Pixel Buds assicura una sorta di sistema di riduzione dei rumori ambientali dato che isolano dall’esterno. Non completamente, s’intenda bene, ma solo togliendo le frequenze più basse. Uno schiocco di dita è percepibile da vicino, le voci da circa un metro e mezzo. Tutto però dipende dal volume a cui tenete la musica: se l’ascoltate “a palla” sarete del tutto estromessi dall’ambiente circostante. Meglio evitare se decidete di usare le true wireless in movimento, sia esso in auto, in bicicletta o a piedi, perché perdete ogni orientamento su quanto vi accade intorno.

Questo sistema di isolamento è l’unico previsto dalle Pixel Buds che, nonostante il posizionamento di prezzo, non dispongono di un sistema attivo di cancellazione del rumore. C’è un però: dall’applicazione di gestione si può attivare l’audio adattivo che regola il livello del volume sulla base dell’ambiente. Funziona abbastanza bene ma è utile principalmente nelle chiamate. Che sono peraltro una delle funzioni più apprezzate perché i microfoni integrati nelle Buds riconoscono la voce e isola i rumori, così da restituire all’interlocutore una conversazione piuttosto fedele.

Le Pixel Buds sono abbinate all’account Google

Si diceva dell’app: la vera trovata geniale di Google. Le Pixel Buds nascono per gli smartphone Pixel ma sono perfette in abbinamento a qualsiasi Android. Il motivo è semplice: per abbinarle basta attivare il Bluetooth sul dispositivo e aprire la custodia delle true wireless. L’abbinamento è istantaneo attraverso la piattaforma di Google: facendo tap sulla notifica (simile a quella di un qualsiasi evento del sistema operativo), si effettua l’abbinamento. Non solo con lo smartphone o il tablet in utilizzo ma con qualsiasi altro device Android. Le cuffie sono infatti abbinate all’account di Gmail. Sarà sufficiente attivare il Bluetooth su un altro dispositivo, aprire la custodia e procedere all’utilizzo. Sempre che due device abbinati non siano presenti nei paraggi: su uno dei due andrà disattivato il Bluetooth.

L’applicazione di gestione è legata strettamente alla piattaforma di Google nel caso dei Google Pixel; con gli altri Android è scaricata l’app Pixel Buds. Nel nostro caso abbiamo usato le Pixel Buds sia con lo smartphone Pixel 4a sia con i Samsung Galaxy Note 20 Ultra 5G, S20 Ultra 5G, Xiaomi Mi 10, LG V60 ThinQ, TCL 10 Pro, Wiko View 4 Lite e Motorola Edge. Questo al fine di comprendere il loro comportamento con l’abbinamento Bluetooth. E non abbiamo rilevato alcun intoppi di abbinamento. Con iOS la faccenda si complica, perché bisogna tenere premuto il tasto posteriore delle Buds ed eseguire l’abbinamento come un qualsiasi modello true wireless. Con il sistema operativo di Apple si perde tutta la sinergia con Android e Assistant.

Su entrambi i sistemi operativi, per quanto su Android l’esperienza sia decisamente migliore, rimane in essere la tanto decantata traduzione instantanea del parlato da una lingua all’altra. Avviene attraverso Google Traduttore (indispensabile) attivando la funzione Conversazione: lo smartphone ascolta il parlato e dalle Pixel Buds viene emessa, a blocchi, la traduzione in Italiano. La precisione non è male. Difficile però utilizzarla in occasione di conferenze o altro. Si presta principalmente per conversazioni tra persone, con un ritmo abbastanza cadenzato di dialogo per lasciare il tempo all’app di tradurre il parlato dell’interlocutore e ritradurre nella sua lingua la risposta.

La musica è un “given” per le Pixel

Dall’app si possono poi personalizzare i comandi al tocco sui padiglioni: con un tap si blocca la riproduzione; con due si passa al brano successivo; con tre al precedente. Per attivare l’Assistente si può tenere premuto uno dei padiglioni e parlare. O, in alternativa, pronunciare “Ehi Google” attivando la funzione “Voice Match” che riconosce solo la voce del proprietario.

L’interazione vocale con l’Assistente di Google è identica a quella tradizionale sui dispositivi mobili e per la smart home. Il fatto di indossare le true wireless rende la conversazione leggermente più intima e personale. Il comando vocale di attivazione risponde molto bene anche in condizioni di rumorosità ambientale.

Dall’applicazione si scaricano e installano anche gli update per le Pixel Buds: la release con cui abbiamo eseguito i test è la 550. Che migliora soprattutto l’ascolto sonoro.

In particolare, tra le impostazioni c’è quella che consente di attivare o disattivare la riproduzione quando si toglie un auricolare dall’orecchio e per regolare l’equalizzazione al fine di dare più intensità ai bassi. Nello stesso pannello è stata abilitata la funzione di avvisi intelligenti, che abbassano il volume di riproduzione se nei paraggi ci sono bambini che piangono, cani che abbiano oppure veicoli con sirena accesa. Sono strumenti sperimentali che però reagiscono già in modo preciso, riducendo il volume a circa il 10% così da verificare cosa stia succedendo. Al termine di uno dei tre rumori, il volume ritorna al livello originario.

Tutto ciò rende le Pixel Buds molto “smart” ma, come detto all’inizio, in questo contesto fortemente legato a Google la riproduzione musicale è un atto dovuto. La qualità audio è buona, ma non all’altezza della fascia di prezzo scelta da Big G. La “pasta” musicale in riproduzione tende comunque a dare molto risalto ai bassi, comprimendo i medi sugli alti. Questo produce una resa vocale non sempre cristallina. Inoltre, persino con Spoitify alzando al massimo il volume si incappa in una leggera perdita di qualità per via della limitata distorsione. Quando abbiamo installato le Pixel Buds era installata la release 259 del firmware; i test sono stati eseguiti con la 550. Tra le due la resa acustica è migliorata sensibilmente, quindi è lecito attendersi un perfezionamento nel corso del tempo da parte di Google.

I driver da 12 mm, che Google dichiara di avere progetto su misura, sembrano non esprimere il loro vero potenziale. Che sembra principalmente votato a una riproduzione musicale “piatta” (flat), quasi da monitor; probabilmente è proprio la pre-equalizzazione software che le penalizza. Ci ripromettiamo di aggiornare questa recensione con i prossimi firmware.

Anche perché a penalizzare ed esasperare nella riproduzione musicale non è tanto la qualità, come detto buona (abbiamo fatto il pelo e contropelo perché a 199 euro ci si attende un livello maggiore), quanto piuttosto i continui singhiozzi nel flusso audio. Anche con la versione 550 del firmware le Pixel Buds in modo casuale e inspiegabile hanno “buchi” nello streaming. Online li hanno chiamati “cutoff” senza alcun senso della musica. Almeno uno a canzone (siamo arrivati a quattro in brani complessi), quasi come se il sistema di buffering andasse in overflow troppo velocemente. Non essendo possibile cambiare codec perché è supportato solo l’Aac, abbiamo provato a ridurre la definizione sonora (di base impostata a 16 bit/44,1 kHz) ma senza successo. Evidentemente anche in questo caso serve un update decisivo del firmware.

Chiudiamo con l’autonomia, molto buona. Nei nostri test abbiamo sperimentato riproduzioni di circa 7 ore senza ricaricare; la custodia offre altre 24 ore di ricarica. In totale in viaggio si può fare affidamento su circa 30 ore di playback complessive. In più, le Pixel Buds sono certificate IPX4 per resistere al sudore, alla pioggia e a leggeri spruzzi d’acqua dolce. Non a immersioni.