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Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non si dà pace con le aziende cinesi e, dopo aver messo nel mirino alcuni servizi e social per qualche giorno, ha firmato i documenti che mettono al bando in territorio statunitense nientemeno che TikTok e WeChat. Conseguenza diretta: si inaspriscono i rapporti con Pechino, con una mossa che mira a confinare le aziende made in Cina nella scacchiera dell’industria tecnologica su scala mondiale.

Huawei ne ha fatto le spese per prima. Da luglio 2019 l’azienda subisce forti vincoli e limiti nei rapporti d’affari con le controparti statunitensi. Motivo per cui Android, ad esempio, non dispone dei servizi di Google e ha obbligato il brand a sviluppare la piattaforma Hms, che alimenta lo store AppGallery alternativo a Google Play.

L’ordine esecutivo con data 6 agosto 2020 firmato alla Casa Bianca da Donald J. Trump non lascia spazio a interpretazioni. Alla scadenza di 45 giorni dall’atto l’amministrazione incrementerà lo sforzo per segnalare come “non fidate” le app made in Cina operative negli Stati Uniti. Segnatamente si identificano WeChat di Tencent e TikTok di Bytedance. Queste sono ree di instaurare un “pericolo significativo” per il Paese a stelle e strisce.

La Cina ha risposto in modo bivalente. Da una parte tranquillizzando Trump sul fatto che le aziende non violano leggi e regolamenti statunitensi. Dall’altro avvertendo che queste mosse obbligheranno a “sostenere le dovute conseguenze” da parte degli Stati Uniti.

“Gli Usa stanno usando la sicurezza nazionale come scusa e il potere per opprimere le aziende non americane. Questa è una pratica tipicamente egemonica”, dice Wang Wenbin, il portavoce del ministero degli esteri di Pechino.

I documenti ufficiali firmati da Trump

Nei documenti ufficiali di Trump, che vi proponiamo qui di seguito, è spiegata in modo dettagliato la teoria persecutoria sostenuta dal Presidente per mettere al bando TikTok.

Il firmatario parla in prima persona. “Io Donald J. Trump”, in virtù “dell’autorità di Presidente di cui sono investito dalla Costituzione e delle leggi degli Stati Uniti d’America”, “ho intrapreso passi aggiuntivi per affrontare l’emergenza nazionale” derivata dalla “diffusione delle applicazioni sviluppate da società” che hanno sede nella Repubblica popolare della Cina. Queste “continuano” a essere un problema per la “sicurezza nazionale, la politica estera e l’economia degli Stati Uniti”; “in questo momento è indispensabile prendere provvedimenti per trattare il pericolo rappresentato da una applicazione in particolare: TikTok”.

Nelle pagine seguenti, si descrive lo scenario in cui opera TikTok. Non vi vogliamo togliere il gusto di leggere le teorie complottiste vergate sulla prestigiosa carta della Casa Bianca. Tuttavia, in sintesi, vi diciamo che Trump rileva pericoli per il tracciamento indebito dei dati personali dei cittadini americani, oltre al salvataggio e all’invio presso server non controllati di informazioni sulle abitudini, la posizione e l’utilizzo degli utenti.

Non manca un accenno alle pratiche censorie del governo cinese, con un riferimento alquanto sgradevole per il presunto trattamento fuori luogo delle minoranze etniche e religiose. Non sono certo gli Stati Uniti nella posizione di poter accusare altri Paesi del mancato rispetto delle persone, vista la storia recente interna. Tuttavia Trump calca la mano sull’utilizzo dell’app per modificare l’opinione pubblica e per attuare azioni che portano vantaggi alla Cina attraverso TikTok. Anche qui, ci sarebbe di che dire sulle app e le piattaforme statunitensi.

In ogni caso Trump non ha dubbi: “Questi rischi sono reali”. E da qui il bando per TikTok a partire da 45 giorni successivi al 6 agosto scorso. Il blocco è relativo a qualsiasi funzione e interazione prevista dall’applicazione. È altresì proibito da parte degli utenti o da chiunque aggirare il bando in qualsiasi modo e termine. Tanto che si usa il termine “cospirazione” per identificare azioni volte a violare il bando. Parole, termini e modi che sembrano prese in prestito dal senatore Joseph McCarthy. Negli ultimi 50 anni la “migliore democrazia al mondo” sembra abbia convintamente ingranato la retromarcia.

Il comunicato ufficiale di TikTok ha toni sgomenti: “Siamo scioccati dal recente ordine esecutivo, che è stato pubblicato senza alcun doveroso processo di dialogo”. Il social si è detto pronto ad “approntare qualsiasi rimedio per assicurare che non venga meno il ruolo delle leggi”.

Il ruolo di Microsoft con TikTok

In tutto ciò si innesta l’iniziativa di Microsoft di acquistare TikTok da Bytedance. Vi abbiamo descritto nel dettaglio i termini dell’operazione e i vantaggi che l’azienda di Redmond può trarre da questa sinergia.

In questa fase per Microsoft le tempistiche sono cruciali. I 45 giorni scadono il 20 settembre 2020, mentre l’azienda aveva indicato il 15 settembre 2020 come data ultima per i dialoghi e le trattative.

Nell’affaire entra anche Tencent (la seconda più grande azienda della Cina, subito dopo Alibaba) con il suo WeChat. Un pò come aumentare la densità di ossigeno nell’aria nei pressi di un incendio. Sì, perché non è solo il più diffuso sistema di messaggistica in Cina; è anche un social, un metodo di pagamento e una piattaforma “tuttofare”. Dunque, la mira su WeChat è rappresentativa della voglia di creare un momento di discontinuità nei rapporti tra Stati Uniti e Cina sul terreno del digitale e delle nuove tecnologie. Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha esteso il programma “Clean Network” per evitare che le app e le infrastrutture di rete cinesi possano accedere a dati e informazioni private degli utenti.

La Cina difficilmente starà a guardare. E se l’eleganza è evaporata dalla Casa Bianca, con la stessa velocità della neve in Florida, c’è da star certi che a Pechino si rivarranno. Non in modo indolore.

Tanto per iniziare il bando dell’ecosistema Facebook (che comprende anche Instagram, Messenger e WhatsApp) in Cina è pienamente operativo nell’ambito di un programma che impedisce l’accesso totale alle risorse del Web. I cinesi, peraltro, sono continuamente monitorati e censurati nella navigazione online.