Una delle caratteristiche di smartphone e tablet che più crea false aspettative riguarda la certificazione IP. Con questo indice numerico si identifica la resistenza del dispositivo mobile e accessorio a sollecitazioni tipo l’immersione in acqua o l’esposizione alla polvere. Ebbene, sfatiamo subito un mito: malgrado la dicitura IP o MIL-STD, è meglio non immergere gli oggetti né essi sono effettivamente resistenti alla pressione dell’acqua.

Precisazione semantica

Partiamo da alcuni presupposti. Qualsiasi prodotto waterproof o addirittura capace di reggere a immersioni, si veda per esempio gli orologi, è stato studiato affinché resista alla pressione dell’acqua. Ogni metro di profondità corrisponde alla pressione di una frazione di una atmosfera (1 atm è raggiunta ogni 10 metri), ossia pari al “peso” dell’aria misurata al livello del mare. Quindi nel caso degli orologi la cassa è studiata per “sostenere” una colonna di un metro d’acqua che “schiaccia” la cassa. Quest’ultima è stata sigillata attraverso apposite guarnizioni e soluzioni che evitano alla pressione di avere la meglio e dunque preservano i meccanismi interni da infiltrazioni.

Sugli smartphone la faccenda è molto diversa. A iniziare dal fatto fondamentale che l’indice IP (Ingress Protection) prevede immersioni di pochi centimetri in acqua dolce. Questa è la principale differenza, perché l’acqua dolce (quella di casa o in piscina, per intenderci) ha una minore spinta positiva rispetto all’acqua salata, che quindi è più pesante e genera maggiore pressione (a cui si sommano i danni derivanti da elementi salini e corrosivi). Per completezza, l’acqua termale è da evitare esattamente come quella salata.

Prima indicazione: nonostante il vostro dispositivo sia IP è supportata l’immersione solo in acqua dolce, non in quella salata. Se capita che lo smartphone entri in contatto con quest’ultima, consigliamo di risciacquare subito e prontamente in acqua dolce (non sotto la pressione generata dal rubinetto aperto, come vedremo, ma in una bacinella, in un bicchiere o simili).

Proviamo a dare qualche numero. Tipicamente gli smartphone hanno certificazione IPxy formata da due numeri. Il primo valore indica la resistenza da particelle solide (x), il secondo (y) dall’ingresso di liquidi. La nostra x ha valori da 0 a 6, la y da 0 a 9 (con variazioni non utili dettagliare in questa sede). La maggior parte dei modelli in commercio sono certificati IP67 o IP68. Dunque la x equivale a 6: significa il massimo livello di protezione dal fatto che l’elettronica interna possa essere intaccata da polvere nonostante il contatto con superfici “sporche”. Se appoggerete lo smartphone in spiaggia, difficilmente le particelle entreranno ma è consigliabile un risciacquo (rigorosamente in acqua dolce) subito dopo.

Arriviamo alla seconda cifra: da 7 a 8 cambia la profondità massima di immersione per superare il test da cui deriva la certificazione IP. Ossia, nel caso di 7 significa che il prodotto resiste a immersioni per 30 minuti in 1 metro di acqua; con 8 si arriva a 1,5 metri. In termini concreti la scocca ha una maggiore resistenza dalla pressione. Tuttavia in entrambi i casi stiamo parlando di una frazione di Atm.

Sostanzialmente lo smartphone resiste a spruzzi, pioggia, neve e doccia (leggera). Può addirittura essere immerso per una manciata di centimetri in una piscina o nella vasca o simili, meglio però non premere tasti fisici. Sì, perché il dispositivo non è assolutamente adatto a nuoto, immersioni di qualsiasi natura, operazioni subacquee e attività acquatiche ad alta velocità.

Meglio evitare le immersioni

Riassumendo, avete in mano un oggetto che resiste a spruzzi e pioggia e poco più (la caduta in un lavandino o l’immersione in un bicchiere per stupire gli amici) e che non è affatto idoneo a entrare in contatto con l’acqua salata. Già questo dovrebbe mettere bene in chiaro che IP non equivale a dire né che lo smartphone è subacqueo, né che è waterproof. Volendo trovare una definizione coerente, diciamo che è splashproof.

Lo smartwatch e il fitness band, per intenderci, salvo non abbia una cassa con resistenza espressa in Atm e non in IP, vi consigliamo di non portarlo affatto per nuotare in piscina.

Inoltre, data l’eventuale poca percezione della differenza tra i vari concetti (anche alimentati da messaggi fuorvianti), si cede spesso la tentazione di usare lo smartphone per fare una foto sott’acqua. Se proprio sentite l’esigenza di attuare questa azione temeraria, quantomeno usate il touchscreen attivandolo prima della brevissima immersione e non premete alcun tasto quando il telefonino è immerso.

Detto questo, non immergete il telefonino per alcun motivo, salvo non vi cada in acqua per sbaglio o per cause estreme inevitabili. Sì, perché la scocca è certificata IP ma questa indicazione è ottenuta in condizioni di test e con un prodotto in condizioni ideali. Non siete a conoscenza delle condizioni effettive dell’oggetto che avete in mano. Non potete sapere se ci sono micro-danneggiamenti o impercettibili rotture della scocca o del display dovute in seguito a urti e sollecitazioni così apparentemente insignificanti da non produrre effetti visibili a occhio nudo.

Certo, uno smartphone con un display rotto o anche leggermente scheggiato è meglio non riceva nemmeno un banale spruzzo. Ma sul resto della scocca non avete elementi di certezza alcuna che sia tutto in condizioni perfette e ideali per rispettare la certificazione teorica IP.

Si tratta insomma di adottare misure di buon senso. L’IP vi restituisce una buona dose di certezza che lo smartphone continuerà a funzionare anche se lo usate sotto la pioggia oppure è raggiunto da un po’ di acqua. Già aprire il rubinetto con un getto mediamente forte (meglio sempre un leggero filo d’acqua) e metterci sotto il telefonino è un atto ad altissima pericolosità, quasi temerario. Inoltre, la viscosità del liquido indicato dall’IP è quello dell’acqua dolce: qualsiasi altro elemento non è equipollente.

Giusto per intendere quanto sia importante rispettare i parametri di utilizzo previsti:sono altrettanto messi ad alto rischio di integrità anche gli orologi con casse a 10 atm (100 metri equivalenti di immersione) usati sotto getti di doccia battente o immersi in vasca riempita di acqua calda.

Come renderlo davvero waterproof

Riassumendo. Abbiamo capito che l’IP o il MIL-STD non sono una indicazione di resistenza subacquea ma solo di solidità da polvere, detriti e spruzzi e poco più. La domanda sorge spontanea: come si rende subacqueo lo smartphone? Con opportune cover aggiuntive. Stiamo parlando di vere e proprie corazze e protezioni che racchiudono la scocca in uno scudo davvero waterproof. Sono le cosiddette cover rugged o con nome equivalente. Solo proteggendo lo smartphone con questi accessori appositi avrete una sicurezza quasi equiparabile alla certezza di evitare danni da immersioni.