A meno di dodici ore dalla notizia di Reuters, che abbiamo riportato in questo approfondimento, secondo cui Google si appresta a terminare la collaborazione di Huawei sul fronte Android, togliendo di fatto la possibilità agli smartphone cinesi di ricevere gli aggiornamenti, l’assistenza e la piattaforma di servizi di Big G, arriva la posizione ufficiale dell’azienda con sede a Shenzen.

In prima battuta è stato inviato uno statement in inglese, che vi riportiamo nella sua forma integrale:

“Huawei has made substantial contributions to the development and growth of Android around the world. As one of Android’s key global partners, we have worked closely with their open-source platform to develop an ecosystem that has benefitted both users and the industry. Huawei will continue to provide security updates and after sales services to all existing Huawei and Honor smartphone and tablet products covering those have been sold or still in stock globally. We will continue to build a safe and sustainable software ecosystem, in order to provide the best experience for all users globally.”

Successivamente è arrivata la medesima posizione, questa volta in italiano:

“Huawei ha apportato un contributo sostanziale allo sviluppo e alla crescita di Android in tutto il mondo. Essendo uno dei principali partner a livello globale di Android, abbiamo lavorato assiduamente sulla loro piattaforma open source per sviluppare un ecosistema di cui hanno beneficiato sia gli utenti che l’intero settore.

Huawei continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti gli smartphone e tablet Huawei e Honor esistenti, ovvero quelli già venduti o ancora disponibili in tutto il mondo.

Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile, al fine di fornire la migliore esperienza d’uso a tutti gli utenti a livello globale”.

Huawei è già pronta

La posizione di Huawei è chiara, seppure vergata in parole di circostanza che non mirano a chiudere i dilaoghi con le controparti statunitensi ma di certo fanno intuire che si andrà avanti con o senza di loro. La prima garanzia che balza all’occhio è l’impegno a fornire “aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti gli smartphone e tablet Huawei e Honor”: questo è rassicurante nei confronti che hanno scelto e sceglieranno i prodotti dei brand cinesi.

Ma la parte fondamentale è quando Huawei dice di aver lavorato “sulla piattaforma open source”. In virtù della decisione di Google, il brand cinese non ha più accesso alla versione completa di Android ma solo a quella open source (Aosp, ossia Android open source project) scevra dei servizi e delle piattaforme esclusive di Big G, tra cui molte delle app fondanti. La frase di Huawei sottolinea “open source” lasciando intendere che può tranquillamente adeguarsi alla nuova realtà con tutto sommato poco sforzo e integrando opportunamente il sistema operativo. Come dire: siamo già pronti.

L’altra frase fondante è questa: “continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile”. Ossia, “andiamo avanti comunque”, puntando all’ecosistema e non al sistema operativo. Lasciando intendere che un “piano b” era già pronto. In ogni caso, Android open source permette tranquillamente di mantenere coerenza con il passato e di costruire un “ecosistema software” in perfetta sintonia con le esigenze dei consumatori.

I possibili scenari

Contestualizzando la dichiarazione di Huawei nel panorama più ampio delle posizioni aggressive di Trump (lo speciale con la cronistoria dei fatti in questo articolo) e delle reazioni di Google e non solo (in questo approfondimneto) si possono tracciare tre possibili scenari:

  • Ipotesi 1: Huawei continuerà moto proprio a usare Android ma in versione open source, rafforzando ulteriormente il proprio reparto di sviluppo per compensare una serie di automatismi mancanti da parte di Google. Questo darebbe vita sostanzialmente al cosiddetto “fork”, ossia a una versione proprietaria di Android basate sulle medesime fondamenta dell’Os ma con ampi spazi di intervento da parte del brand. Non sarebbe la prima volta che questo si verifica: molte versioni di Android per il mercato cinese sono di fatto dei fork perché l’Os al suo completo non è utilizzabile in Cina e così sono integrate funzioni e app che non trovano posto in Europa. Questo è anche uno dei motivi per cui molti brand cinesi che portano gli smartphone in Italia dichiarano un nome specifico per l’interfaccia: in Cina è un vero e proprio sistema operativo.
  • Ipotesi 2: Huawei concretizzerà il lancio di un suo sistema operativo proprietario, forse basato sul core di Android, ma fortemente connotato da strumenti, funzioni e dotazione diversa dall’Os di Google. I brand cinesi ci stanno pensando da diverso tempo e Huawei aveva già lasciato intendere che nei laboratori si stava lavorando a una piattaforma interna alternativa ad Android. Ora potrebbe uscire dalle camere bianche ed entrare nelle prossime generazioni degli smartphone. Le ripercussioni sono insite nella necessità di aggregare il panorama degli sviluppatori in un nuovo app store validato per questo sistema operativo ma Huawei ha la forza e la gravità necessarie per attirare questo universo di developer e convincerli ad adattare le loro app. In ogni caso, esistono già store alternativi al Play: basterebbe acquistarne uno, ottimizzarlo, perfezionarlo e il gioco sarebbe fatto.
  • Ipotesi 3: Huawei e Google torneranno a più miti consigli. L’attuale diatriba si inserisce in un contesto economico-politico molto più articolato e macro rispetto alle vicissitudini di due aziende che bisticciano via carta stampata come quasi ex. La realtà dei fatti è che Stati Uniti e Cina stanno portando la negoziazione a livelli “nucleari” (termine usato da alcuni analisti), vale a dire di dimensione tale che dietro a una mossa “piccola” come quella relativa alla competitività tecnologica ci sono interessi enormi in ballo. L’affaire Huawei/Google va inserito in questo contesto e guardato con lo spessore che ha, calcolando la dinamica Usa/Cina. A dire che la negoziazione tra i Paesi potrebbe ricadere su posizioni meno rigide da parte dei brand. La mossa di Google è un atto dovuto, tuttavia Huawei con i suoi oltre 230 milioni di smartphone distribuiti nel mondo è un tassello troppo importante per Android. E non si fa certo l’interesse di Big G a bloccare il brand cinese in un contesto dove le piattaforme per i dispositivi mobili e l’IoT sono il terreno economico, politico, industriale e commerciale attuale e futuro. Ancora meno si fa l’interesse di tutto l’ecosistema esteso se si considera che questo azzoppamento (per Huawei e soprattutto per Google) avviene all’alba dell’era 5G. Le posizioni sono destinate ad ammorbidirsi, ma con il tempo.

E quindi?

Quindi Huawei non rimarrà senza Android: Aosp è una versione di Android a tutti gli effetti. Solo un po’ monca, ma il brand cinese ha la possibilità di completarla efficacemente investendo in ricerca e sviluppo e rafforzando il team interno sul lato piattaforme.

Di certo la posizione dovuta, quasi forzata, di Google non aiuta i consumatori, ma questo è solo congiunturale come detto qui sopra, e nel medio periodo Huawei ristabilirà una condizione di servizio coerente con il comportamento finora tenuto. Spiace solo che partite giocate in altre stanze si ripercuotano in modo anti-competitivo e spregiudicato sulla percezione di un brand che non merita questo trattamento.