Richard Yu, Ceo della divisione Consumer Business Group di Huawei, prende il posto sul palco dopo Jens Heithecker, Executive vice president di Messe Berlin Group ed Executive director di Ifa, che gli cede il posto con una frase chiara: “Siamo qui a parlare tecnologia, non ci interessa altro e non è nostro compito prendere posizione in un contesto geopolitico tutto da definire. Questa è la sede in cui l’innovazione è al centro”. E Yu non se lo fa dire due volte. Sale sul palcoscenico di Ifa Next, la sede dei keynote più importanti, e snocciola subito il discorso intitolato Rethink Evolution.

Il primo passo di questo nuovo percorso evolutivo dei dispositivi mobili parte da un nuovo Soc: il Kirin 990 5G. Che non è solo un miglioramento rispetto all’attuale versione 980 impiegata sui top di gamma (Huawei P30, P30 Pro, Mate 20 ma anche Honor 20, 20 Pro e View 20), è un salto generazionale del tutto nuovo. Sì, perché è il primo al mondo a integrare il modem 5G, una innovazione non di poco conto che aumenta l’efficienza complessiva, riduce i consumi e consente di sfruttare ancora meglio le doti di intelligenza artificiale. Secondo Yu la spinta evolutiva dei dispositivi mobili passa dalla Mobile AI: i dati proposti da Huawei mostrano un accesso di oltre 1,6 trilioni di volte a queste risorse in mobilità. All’inizio l’intelligenza artificiale in mobilità si è affidata alla somma di risorse sullo smartphone che operavano in sinergia con il cloud. Con il Kirin 990 5G si entra nella generazione 2.0 nel quale si aggiunge il 5G che permette di accedere in tempo reale al cloud, cosa non possibile con il 4G/Lte per via della latenza superiore, e questo “semplice” ma fondamentale cambiamento permette di estendere enormemente le potenzialità dei device.

Due varianti di Kirin

Kirin 990 arriva in doppia veste: tradizionale e 5G, la differenza sta nella presenza del modem a banda larga integrato. Differenza non da poco perché entrambi sono realizzati con geometria da 7 nm solo che la variante 5G adotta il processo produttivo Euv, che in italiano si traduce come “litografia ultravioletta estrema”. Allo stato attuale l’unico produttore che somma 7 nm ed Euv è Tsmc, ossia il fornitore a cui si affida Huawei per la produzione dei Kirin 990. Il vantaggio della Euv si concentra in tre aspetti: maggiore scalabilità di produzione, riduzione della complessità, incremento della densità interna del chip. A conti fatti, nel Kirin 990 5G ci 10,3 miliardi di transistor per supportare sia il Soc sia il modem su una superficie inferiore del 36% rispetto al Qualcomm Snapdragon 855 con modem X50 e al Samsung Exynos 9825 con modem 5100. Si noti che il primo adotta la classica tecnologia costruttiva a 7 nm; il secondo è stato il primo con Euv.

Dunque il Kirin 990 5G è più piccolo ma completo, seguendo un approccio “all in one” voluto da Huawei. Questo comporta alcuni vantaggi tangibili: ha una maggiore efficienza energetica, ossia impatta meno sulla batteria, pur senza rinunciare alle prestazioni elevate. Sul fronte 5G, le prestazioni sono di 2,3 Gbps in download e 1,25 Gbps in upload. Il Kirin 990 si propone anche come soluzione per le principali criticità del 5G: segnale debole e riduzione della velocità di scambio dati all’aumentare della velocità di movimento. Il brand cinse da una parte sfrutta la possibilità di accedere in contemporanea alle reti 4G e 5G, compensandone le caratteristiche. Dall’altra ha ideato la BWP che riduce l’occupazione di banda per ridurre i consumi della batteria. Integra il beamforming del 5G con protocolli proprietari al fine di ottimizzare la stabilità del segnale in condizioni critiche, per esempio su veicoli che si muovono a oltre 120 Km/h. Per la cronaca, supporta la modalità dual Sim mista 5G e 4G e supporto VoLTE su entrambe le schede.

E ancora Kirin 990 5G è il primo SoC 5G “full frequency” a supportare le architetture non stand-alone (Nsa, ibride 4G e 5G) e stand-alone (Sa, solo 5G) e le bande di frequenza ad ampio spettro, dunque si adatta a tutte la infrastrutture di rete.

Huawei e la IA

Elemento cardine dell’innovazione di Huawei è rappresentato dalla intelligenza artificiale. Il nuovo Kirin 990 porta a un nuovo livello di perfezionamento queste potenzialità. L’architettura interna mantiene invariata lo schema del Kirin 980 con 2 core big da 2,86 GHz (Cortex A76), 2 middle a 2,36 GHz e quattro little core a 1,95 GHz (Cortex A55) per massimizzare la prestazioni ma riducendo al massimo i consumi. Perché Yu sottolinea: “l’efficienza energetica è la chiave”. Dal canto suo, la Gpu Mali G76 passa dai 10 core del Kirin 980 ai 16 core del 990.

Le due unità dialogano attraverso il nuovo bus denominato “smart cache” pensato per supportare meglio le esigenze di gaming sostenendo frame rate maggiori e dettagli grafici elevati. Con questa tecnologia si riduce il consumo di banda passate tra Gpu e Ram del 15% e l’impatto energetico dei moduli di memoria del 12% attuando ottimizzazioni sui protocolli di trasferimento dei dati con il ricorso al machine learning. Dal canto suo, Kirin Gaming+ 2.0 che consente un migliore dialogo tra hardware e software.

A completare la dotazione interna del Kirin 990 ci pensa il reparto Npu dual core basato sull’architettura Da Vinci che si affida a uno schema large core (core di grandi dimensioni) e tiny core (core di piccole dimensioni). Il large core raggiunge prestazioni eccellenti, mentre il tiny core, primo del settore, implementa un basso consumo di energia. Il Soc di Huawei è l’unico a supportare tutte le piattaforme di intelligenza artificiale, tra cui HiAI, Tensorflow e Android NN.

Reparto fotografico

Il Kirin 990 promette di innalzare ulteriormente l’esperienza fotografia degli smartphone Huawei. Il merito, secondo Yu, è da attribuire al nuovo processore d’immagine. L’Isp 5.0 del 990 porta a miglioramento numerosi aspetti in termini di qualità di scatto. Introduce poi funzioni fotografiche da mirrorless, come il Block-matching and 3D filtering (BM3D) che si affida a un algoritmo di riduzione del rumore di fondo per migliorare la resa dei dettagli. In generale Richard Yu ha parlato approfonditamente di come uno degli obiettivi primari del sistema di gestione fotografica del Kirin 990 sarà di azzerare le aberrazioni e il noise delle foto prodotto dal sensore in condizioni di scarsa luminosità, per portare la definizione delle immagini a un “livello paragonabile agli apparecchi fotografici professionali”.

Ci sarà poi la funzione Real Time Multi Instance Segmentation, novità fotografica che si appoggia alla AI per individuare in modo preciso il contorno delle persone e degli oggetti inquadrati al fine di migliorare sensibilmente la resa fotografica con effetti più elaborati, non solo il bokeh ma anche con filtri e applicazioni di nuova generazione.

Richard Yu vuole offrire una piattaforma che stimoli gli sviluppatori a creare una nuova generazione di app e strumenti che si affidano alla fotocamera per scopi di sicurezza, di intrattenimento e anche al fine di migliorare il benessere con app dedicate all’analisi della persona.

Emui 10

Il viatico perché ciò accada è la Emui 10. Che non è più solo una interfaccia ma è un ambiente di elaborazione e uno strumento di personalizzazione e astrazione del sistema operativo. Si basta su Android 10 ed è attualmente in distribuzione in beta su P30 e P30 Pro e sarà alla base della serie Mate 30, che porterà a battesimo anche il Kirin 990. La versione definitiva per la gamma P30 arriverà a novembre. Poi la roadmap prevede di portare Emui 10 e Android 10 a dicembre sulla serie Mate 20 e su Honor 20, 20 Pro e View 20. A inizio del 2020 sarà sulla famiglia P20 e su altri modelli.

La Emui è utilizzata da oltre 500 milioni di utenti in 216 Paesi e declinata in 77 lingue. La release 10 si prevede sarà installata da oltre 150 milioni di utenti, raggiungendo un tasso di adozione del 90% (la Emui 9.0 e 9.1 si sono tenute su un valore intorno all’80%). Nell’incontro a porte chiuse di approfondimento sulla piattaforma software, il portavoce di Huawei non ha dubbi: l’intento è “restituire una nuova esperienza di utilizzo della tecnologia”.

La Emui 10 è stata studiata per perfezionare numerosi aspetti estetici e funzionali, soprattutto accogliendo il feedback degli utenti, attraverso un ambiente di utilizzo sempre migliore e coinvolgente per l’utente, che mantenga invariata la linea rispetto al passato ma offrendo nuovi motivi di soddisfazione per il consumatore, senza rinunciare a varie nuove funzioni. Un esempio: Link Turbo, che sfrutta in simbiosi Wi-Fi e 4G per mantenere stabile la connettività a Internet. Con la Emui 9.1 è stato introdotto il file system EroFS, che ha incrementato le prestazioni complessive del 35% riducendo i tempi di accesso alla memoria.

Huawei e l’open source

Il portavoce dell’azienda ci tiene a precisare che la Emui è “l’unica piattaforma proprietaria per i dispositivi mobili che è anche aperta al contributo degli sviluppatori esterni”. La parola d’ordine che guida lo sviluppo del software è Human Factor, ossia “per garantire la migliore esperienza di utilizzo dobbiamo basarci sul fattore umano per soddisfare le aspettative e le necessità effettive dell’utente”. L’approc c io minimal e razionale è più arioso e mostra informazioni ed elementi di dimensioni maggiori al fine di semplificare l’accesso alle funzioni.

Il ponte tra touchscreen e mondo fisico è rappresentato dai movimenti che animano la Emui 10, che comportano percorsi differenti per chiudere le app attraverso le gesture a swipe che operano sull’interfaccia e le icone. Spiega ancora Huawei: “Vogliamo allineare le dinamiche di utilizzo tra dita, occhi e cervello”.

Tutto ciò avviene calcolando i giusti tempi. Si pensi che dal tocco dell’icona al sollevamento del dito dal touchscreen passano tra 100 ms e 130 ms durante i quali è ora attiva una animazione che restituisce l’impressione di una reattività superiore dell’interfaccia. Di più: e icone e gli oggetti sul display reagiscono come se fossero “ammortizzati”, conferendo una fisicità virtuale al tocco reale. Questi interventi, unitamente ai movimenti di apertura e chiusura delle applicazioni, soddisfano l’aspettativa di una elevata rispondenza ma senza esagerare con la durata delle animazioni. Huawei spiega che non devono essere troppo lente o troppo veloci: devono assomigliare a una sorta di “salto” non troppo ritardato. La reattività migliore e più confortevole per gli occhi è un animazione di non superiore a circa 400 ms.

Un esempio che riassume tutti questi aspetti è rappresentato dalla rinnovata Dark Mode. Rispetto alla versione standard di Android sfoggia pattern di colori che non mettono solo il nero al centro dello schema cromatico, con una inversione di tonalità, ma rendano più semplice ed ergonomico accedere alle funzioni. In questo caso è stato perseguito il concetto di “comfort & readibility”, testando la modalità scura in condizioni differenti di luminosità ambientale (da 0 lux a 1.000 lux) per comprendere come l’utente interagisce. Alla resa dei conti sono stati scelti i toni di blu e azzurro, con sfumature grigie e il nero dominante, per creare un ambiente “gentile” con gli occhi. Huawei è andata oltre e con la Emui 10 ha risposto proprio alle critiche di chi imputava una mancanza di omogeneità dell’interfaccia nelle sue sezioni e con le app di terze parti. Ecco dunque che la Dark Mode è applicata in automatico anche alle applicazioni installate, per esempio Twitter e Facebook.

Una ulteriore conferma arrivata dall’incontro a porte chiuse con i tecnici di Huawei segna un cambiamento storico importante per il brand cinese. L’ambiente di sviluppo per la Emui 10 sarà aperto alle terze parti. Di più: diventerà open source a partire dal 2020 “in concomitanza con l’arrivo della gamma P40”. Che sarà affidata al Kirin 990 e potrà contare in esclusiva su una serie di nuovi sfondi animati per il blocco schermo.

Come la Emui 10 incide sui prodotti Huawei

Il punto di vista di Huawei è che lo smartphone sta rapidamente raggiungendo il limite di sviluppo. Dunque l’innovazione non può passare solo dall’hardware, perché questo aspetto sta arrivando al suo limite strutturale evolutivo. In altri termini significa che la tecnologia in sé sta diventando “trasparente” per il consumatore che cerca una esperienza di utilizzo personalizzata, basata anche sull’interazione con l’ecosistema. L’interfaccia utente gioca un ruolo fondamentale in questo senso e nel mantenere elevata la fidelizzazione del consumatore nel passaggio generazionale dal vecchio al nuovo modello. Ecco perché la Emui 10 diventa una sorta di collante, che permette all’utente di approfittare sempre delle funzioni più evolute ma mantenendo valido il percorso di apprendimento già maturato.

Guardando oltre l’orizzonte, Huawei è entrata nel dettaglio di Android 10 perché è “il primo sistema operativo ad adottare una architettura distribuita”, ossia con fondamenta comuni e condivise con tutti i tipi di dispositivo mobile e con i prodotti IoT. In sintesi vuol dire poter contare su un ecosistema di prodotti omogeneo in aspetti cruciali quali la connettività e la sincronizzazione dei dati, con uno sforzo minore da parte dell’industria e degli sviluppatori di app.

Questa virtualizzazione dell’architettura dell’OS comporta una semplificazione dei protocolli di comunicazione con un conseguente incremento delle prestazioni complessive e la riduzione delle criticità anche di perdita di pacchetti dati. Con risvolti interessanti nella sicurezza complessiva, che è una delle sfide dell’ecosistema distribuito perché rende più agevole rendere protetti i singoli dispositivi, le connessioni e la parte software.

Ancora un volta in questo contesto Huawei gioca d’anticipo. La piattaforma di sviluppo per Emui 10 (Ide, quella che arriverà nel 2020 con i P40) è ottimizzata per lo sviluppo e l’ottimizzazione del funzionamento sui vari tipi di dispositivo: si sviluppa una volta sola, si distribuisce su tutti i device. Questo vale per tutti i prodotti affidati alla Emui 10.

Huawei, Google e il P40

È stato inevitabile a latere dell’incontro entrare nel dettaglio delle piattaforme future che animeranno i sistemi operativi. Il Mate 30 sarà presentato nel corso di settembre e sarà affidato ad Android, verosimilmente senza i servizi di Big G. Ma il portavoce di Huawei è sereno: “Il nostro obiettivo è continuare ad avere Android. Tuttavia anche senza le Google Apps è possibile offrire un’esperienza di utilizzo eccellente per l’utente. Stiamo operando per fornire app alternative che possano fornire i medesimi servizi, se non addirittura migliori, anche attraverso partnership di alto livello, tra cui TomTom per la navigazione satellitare”. Si perché la mancanza delle GApps “lascerà agli utenti la possibilità di esplorare soluzioni alternative”.

Certo, l’argomento è caldo e segue subito la frase: “Se la partner con Google continuerà, Harmony OS non sarà mai installato sugli smartphone”. Tuttavia allo stato attuale, come scritto dal collega e amico Paolo Ottolina sul Corriere.it, Richard Yu ha spiegato che il sistema operativo by Huawei è pronto: «Siamo in grado di portarlo rapidamente sugli smartphone. Il primo potrebbe arrivare la prossima primavera. Può essere il P40, forse in marzo».

E allora chiediamo se la Emui 10 sarà una delle chiavi dell’eventuale prossimo sistema operativo proprietario.La risposta del responsabile mondiale dello sviluppo di Huawei non ha dubbi: “Harmony OS sarà enormemente più potente della Emui 10”.