In queste ore si sono lette varie ipotesi e predizioni sul futuro di Huawei. Il chiasso è tanto più roboante in Italia, secondo Paese per importanza per il brand (dopo la Cina) perché la diffusione degli smartphone di Huawei ha sfiorato il 40% su base mensile. Le domande su cosa fare, come comportarsi e come e se guardare con occhi nuovi il proprio dispositivo mobile hanno serpeggiato tra gli utenti. Vogliamo tranquillizzarvi: non avete nulla da temere e in questo approfondimento vi spieghiamo perché.

Modelli Huawei attivi

Google ha già chiarito in forma ufficiale che non sono messi in discussione il funzionamento dei servizi di Android e degli aggiornamenti futuri per gli smartphone e i tablet di Huawei già in vendita e per quelli attivi.

Il vostro dispositivo continuerà a ricevere gli aggiornamenti dal Play Store. In questa prima fase il bando di Huawei che lunedì ha bloccato i rapporti di collaborazione con Google è sospeso fino al 19 agosto. Almeno per i prossimi tre mesi non ci sono modifiche allo status quo attuale. E anche successivamente a tale data, potrebbe essere ulteriormente estesa con una firma del Segretario del Commercio degli Stati Uniti (nulla di complicato, insomma) è verosimile che agli utenti già attivi sarà concesso di continuare a ricevere gli update.

Delle applicazioni non v’è dubbio, del sistema operativo anche ma con qualche leggera modifica allo stato attuale. Sì, perché nel momento in cui entra in vigore il blocco dei rapporti tra Google e Huawei, di fatto quest’ultima ha accesso alla versione open source di Android, che però è sempre Android ma solo riceve le patch con una leggera latenza rispetto alla versione completa e sotto licenza per i brand. Se oggi è automatizzato l’invio delle patch al produttore o allo smartphone, domani Huawei dovrà premurarsi di compiere un percorso di validazione degli aggiornamenti dell’Os partendo dalla versione open source. Nulla di trascendentale: solo un po’ di lavoro in più per l’azienda cinese ma che non limita né pregiudica l’esperienza d’utilizzo dell’utente.

La conferma è ulteriormente offerta da Anya Nikoloska Zelenkov, Responsabile marketing e comunicazione di Honor Italia in occasione del lancio a Londra degli Honor 20: “Non ci saranno problemi con gli aggiornamenti del sistema operativo e gli eventuali ritardi delle patch di sicurezza dipenderanno dai tempi tecnici dei singoli mercati, non da Google”.

Modelli Huawei futuri

Il bando posto su Huawei incide sui dispositivi mobili ancora da presentare e immettere sul mercato, quelli privi della licenza in data antecedente al blocco (20 maggio). Ancora una volta la Zelenkov traccia una rotta: “La nostra speranza è sbloccare la situazione entro i prossimi tre mesi”, perché il confronto è più politico che commerciale e industriale. La manager non ha dubbi: “Fra un mese o poco più tutto quanto stiamo vivendo evaporerà come una nuvola di fumo”.

Ma è sul futuro che si concentra: “L’intenzione a lungo termine è continuare a lavorare su Android”. Che sia sotto licenza oppure open source, questa è una chiara indicazione su cosa accadrà. Peraltro parzialmente confermata da uno screenshot attribuito a Richard Yu, Ceo della divisione consumer di Huawei, che ritrae una conversazione di WeChat nella quale Yu sostiene che entro ottobre o al massimo primavera sarà presentato il sistema operativo proprietario del brand cinese.

Possiamo ipotizzare con ragionevole sicurezza che sarà basato sul core di Android, al fine di mantenere la compatibilità delle app, le potenzialità e l’ottimizzazione della Emui e la coerenza con l’ecosistema. Per Huawei si tratterà solo di dare vita a un app store alternativo a Google Play, ma ha sufficiente forza gravitazionale per attrarre i developer.

In realtà, vista in una prospettiva più strategica, il fatto di adottare in tutto il mondo una variante personalizzata di Android open source può potenzialmente ridurre la frammentazione del sistema operativo sui vari modelli di Huawei presenti nei vari Paesi. È bene ricordare che in Cina non ci sono né i servizi di Google, né Facebook o WhatsApp, sostituiti da app locali. In Europa, invece, arrivano modelli adattati per ospitare il panorama completo delle risorse di Google.

Tuttavia i dispositivi mobili commercializzati dopo il bando di Huawei saranno privi di Android a licenza e potranno installare solo quello open source (con tutti gli aggiornamenti come spiegato qui sopra), quindi sono esclusi di fatto dal supporto diretto di Google. Un segnale di Big G è sintomatico: il Mate 20 è stato escluso dalla preview di Android Q. Il punto di domanda è quindi sugli smartphone di domani, di oggi non ci sono questioni: siete ampiamente tutelati da Huawei e Google.

La questione Pc

Più complicato comprendere cosa succederà perché anche Intel, Qualcomm e Broadcom si sono aggiunti al bando. In teoria Huawei allo stato attuale non può attingere ai componenti per sviluppare nuovi modelli di computer, ma solo a quelli necessari per assistere i Pc esistenti e già venduti.

All’atto pratico Richard Yu ha già mandato segnali inequivocabili di non sottostimare le potenzialità di Huawei, che potrebbe tranquillamente costruirsi notebook centrati sulla sua piattaforma Kirin. È una eventualità.

L’altra è che, come detto sopra, il bando sia reso sempre più blando e la forza commerciale di Huawei sia tale da spingere le aizende made in Usa a forzare la mano al Segretario del Commercio per riallacciare i rapporti con il prestigioso partner cinese. Non c’è nessuna azienda che vuole rinunciare a cospicui fatturati per capricci geopolitici.

E poi meglio non dimenticare il ricco panorama di aziende cinesi pronte a fornire Huawei. Un punto non secondario che forse negli States hanno sottovalutato.