La pazzia degli Stati Uniti, parte 3: arrestata in Canada la figlia del fondatore di Huawei

Si definisce “commedia” un’opera teatrale o equivalente che è pensata per suscitare risate (non si confonda con la comicità). Se finora gli Stati Uniti hanno mantenuto questo tono nelle loro azioni grossolane nei confronti di Huawei, ora si sta scadendo nella farsa più triste e polverosa. E più pericolosa. Ha rapidamente fatto il giro del mondo la notizia dell’arresto a Vancouver (Canada) di Wenzhou Meng, figlia di Ren Zhengfei fondatore di Huawei e ricoprente il ruolo di direttrice finanziaria dell’azienda.

Il fermo è avvenuto il primo dicembre scorso, forse tenuto in nascosto più per comicità della situazione che per effettiva fragilità della situazione, e ha fatto seguito a una richiesta del Dipartimento di Giustizia (DoJ) degli Stati Uniti. Secondo i documenti disponibili, la manager è stata arrestata per avere violato il divieto di vendere prodotti all’Iran flagellato dall’embargo e dalle sanzioni degli States. C’è un termine che definisce tutto ciò: pagliacciata. Ok, forse non è proprio professionale, optiamo per “nevrosi di Stato confusionale”.

Quali capi d’imputazione?

A fare esondare la notizia dall’alveo della segretezza è stato il fatto che per il 7 dicembre è fissata l’udienza che darà voce a Wanshou Meng. Per la cronaca, in data 1 dicembre è avvenuto l’annuncio di tregua commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina con cui i rispettivi dazi sono stati sospesi per i prossimi tre mesi.

La posizione di Huawei è ancora una volta da applausi, perché specifica che la manager è chiamata ad affrontare “accuse non specificate” in una situazione nella quale l’azienda si trova anche in difficoltà perché sono state fornite “poche informazioni” riguardanti i capi d’accusa stessi. Per di più si specifica che non si è a conoscenza di “alcuna violazione da parte di Meng”. Dunque, la società confida nel fatto che “i sistemi legatli canadesi e statunitensi potranno raggiungere la giusta conclusione”. Giustizia, quella di cui tanto si riempiono la bocca le persone a stelle e strisce ma che nei fatti non è mai esistita se non in un continuo e incessante processo alle intenzioni e annichilimento dell’avversario. Il concetto di “giustizia” verte sulla filosofia del “giusto”, ovvero l’intendo di portare equilibrio in conformità a un ordine naturale ed etico delle cose. Difficile trovarne in tutta questa faccenda.

Guerriglia perenne

Dall’inizio del 2018 gli Stati Uniti sono impegnati in una lotta incessante nei confronti delle aziende cinesi, in particolare con Huawei; una guerriglia perenne senza quartiere. Che si tratti di protezionismo strisciante o di populismo surrettizio, poco importa: è comunque propaganda. Ed è compiuta e attuata nei confronti degli “spioni”, come se nella casa (tutt’altro che bianca, ma profondamente nera e torbida) dell’intelligence ubiqua e clandestina non si verificassero i fatti che si accusano agli altri Paesi. D’altra parte il detto è sempre vero: “solo i ladri hanno paura dei ladri”.

La pugnace campagna mediatica e politica del Governo d’Oltreoceano è volta a bloccare con scudi virtuali propagandistici un arrivo forte di Huawei & Co. sul suolo del Nuovo Mondo. Funzionerà? Forse, ma tutto ciò vale davvero il prezzo di rendersi ridicoli agli occhi del resto del Mondo (che non è piatto)? È questo il lascito storico di Trump? Per ora la tattica, senza strategia, è usare Huawei come leva per forzare le negoziazioni con la Cina. A discapito, però, dei consumatori.

Un atteggiamento puramente politico che non sta portando vantaggi a nessuno, men che meno ai governi che seguono pedissequamente gli indottrinamenti degli Stati Uniti. L’invito di Trump agli Alleati a bandire i prodotti di Huawei rei (senza prove fattuali) di offrire una piattaforma per spiare gli utenti è stato seguito da Australia e Nuova Zelanda; il Regno Unito, che ha già messo il bando a Zte, sta meditando sul da farsi. Nell’epoca della globalizzazione, è permessa solo quella made in Usa: mani in alto!

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