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“La divisione consumer di Huawei è stata nel recente passato sotto una tremenda pressione. Questa situazione è stata causata dalla persistente indisponibilità degli elementi tecnici necessari per il nostro business dei dispositivi mobili. Huawei Investiment & Holding Co. Ltd ha quindi deciso di vendere tutto l’asset Honor a Shenzhen Zhixin New Information Technology Co. Ltd. Questa cessione aiuterà i partner di canale e di approvvigionamento di Honor ad attraversare questo difficile periodo”. In questa sintetica frase c’è tutta l’ufficialità da parte di Huawei della vociferata, ormai da inizio anno, operazione di cessione di Honor. Che di fatto diventa un’azienda indipendente. Quindi con una operatività locale, si veda l’Italia per esempio, che ragionevolmente sarà progressivamente separata da Huawei.

Il termine chiave che risalta in queste prime righe è “pressione” che per molti avrà una valenza dal sapore statunitense, ma nella realtà chi vi scrive ritiene sia indicativa di una situazione di mercato ben più complessa e articolata. Gli Stati Uniti hanno costruito un recinto intorno a Huawei (certamente sono parte della causa, non l’effetto, di queste condizioni), nulla da obiettare su questo, ma nel frattempo anche le condizioni di mercato sono mutate e a creare pressione è stato il combinato disposto dato dall’impossibilità di agire liberamente, dalla necessità di ricostruire una filiera di approvvigionamento all’altezza della precedente, dall’evoluzione del mix di prodotti scelti dai consumatori, dall’innalzamento della qualità complessiva dell’offerta e dalla concretezza dei brand concorrenti.

L’ufficialità della separazione dei due brand è contenuta in un documento intitolato “Statement”, del 17 novembre 2020. Questa sintetica nota spiega anche che “una volta che la vendita sarà completata, Huaewi non disporrà di alcuna azione e non sarà coinvolta in alcun aspetto del business, del management e del processo decisionale della nuova società Honor”.

Cosa succede a Huawei, e cosa a Honor

La terza riga dello Statement è quella che spiega tutto. Scrive Huawei: “Questa mossa è stata fatta per garantire alla catena industriale di Honor la sua stessa sopravvivenza. Gli oltre 30 rappresentanti e dealer del brand Honor avevano già proposto questa acquisizione”. In quest’ultima frase si fa riferimento all’acquirente Zhixin.

Honor è stata fondata nel 2013 con lo specifico “focus sul mercato degli utenti più giovani attraverso un’offerta di smartphone centrati nelle posizioni di prezzo medie e basse. In questi sette anni, Honor ha raggiunto uno sviluppo tale da distribuire oltre 70 milioni di unità in tutto il mondo ogni anno”.

La chiosa di Huawei è un augurio, e non poteva essere altrimenti un po’ come il padre che è costretto a separarsi dal figlio per permettergli di continuare a crescere senza perimetri imposti. “Huawei riconosce l’inestimabile valore della continua dedizione, attenzione e supporto dato dai consumatori, dai retailer, dai fornitori, dai dipendenti e dai partner di Honor. La nostra speranza è che la nuova Honor sceglierà di percorrere una nuova strada di onore verso tutte le parti coinvolte nel brand. Non vediamo l’ora di assistere a come Honor saprà continuare a creare valore per i consumatori e a costruire un nuovo mondo per gli utenti più giovani”.

Honor dopo Huawei

Abbiamo provato a interpellare i nostri riferimenti in Italia dei due brand ma in entrambi i casi è apparso troppo prematuro fornire indicazioni. Non abbiamo dubbi in merito al fatto che le ripercussioni in termini di riorganizzazione dei rapporti interni, dei processi e del go-to-market sia prioritario in questo specifico momento. Sempre che non fossero attività già in essere nel corso delle settimane passate: è da tempo ormai che si parla di rendere indipendenti i due brand.

Di certo, come detto all’inizio, la questione non può essere banalizzata sostenendo che Huawei ha ceduto sotto le pressioni degli Stati Uniti. Come detto, la faccenda va vista in tre dimensioni, tenendo presente tutte le complessità tipiche di uno scenario aziendale che finora ha funzionato bene con una logica multi-brand. Ma che, stante il mercato e la situazione attuale, per Huawei è diventato necessario accelerare concentrandosi sul proprio ecosistema “stretto”, creando efficienza sul brand e sulle strategie legate al marchio diretto.

Spesso queste scelte sono dovute a cause endogene più che esogene: la necessità di acquisire flessibilità per entrare o rafforzarsi in nuovi mercati, la volontà di ridurre le sovrapposizioni di brand e prodotti, la scelta di rafforzare il brand principale oppure la strategia di incrementare il valore di ciascun marchio. Così come le fusioni non danno mai origine a una somma aritmetica dei valori (in questi casi si dice che la somma 1+1 purtroppo produce 1,5), parallelamente la separazione può davvero portare a maggiori benefici perché entrambi i marchi sono liberi di perseguire una strategia non più concatenata ma indipendente.

honor huawei

Chi è l’acquirente: Zhixin

Dunque, chi è Zhixin New Information Technology Co. Ltd? Online abbiamo trovato il documento che sancisce l’acquisto di Honor da parte di Zhixin, nel quale si legge che l’operazione ha un valore di circa 15 miliardi di dollari. Riproduciamo di lato il contratto tra le parti.

Zhixin è nato come consorzio di oltre 30 distributori e dealer del brand Honor insieme con l’azienda Shenzhen Smart City Development Group Co. Ltd. Quest’ultima è controllata per l’,14% dall’ente Assets Cooperative Development Private Equity Partnership di Shenzen e per il 98,6% da Shenzhen Sasac, che è il consiglio di stato per la supervisione e l’amministrazione degli asset controllati dallo stato stesso. Come riportato nella pagina ufficiale: http://en.sasac.gov.cn/

Di fatto il brand Honor è entrata nella sfera delle proprieta statali di Shenzhen, quindi, a conti fatti, è afferente al Governo cinese attraverso il suddetto Shenzhen Sasac. Si noti bene che abbiamo finora parlato del brand Honor, il che vuol dire che l’azienda dovrà ripartire con una nuova filiera di produzione e con una serie di asset che compensino quelli finora messi a disposizione da Huawei. Su questo fronte, le 30 entità che compongono Zhixin potrebbero avere voce in capitolo per riorganizzare velocemente la supply chain e garantire operatività senza eccessivi contraccolpi a Honor.

Intanto ci sono le prime conseguenze concrete della cessione. A iniziare dal fatto che l’uscente Ceo di Honor Zhao Ming è diventato Ceo di Zhixin: l’operazione è avvenuta immediatamente dopo l’ufficializzazione della vendita di Huawei. È l’unico manager a essere stato confermato: come scrive il quotidiano cinese Globaltimes “il rimanente team di management deve essere ancora confermato”. La repentina nomina di Zhao ha lo scopo di dare l’abbrivio alla nuova realtà, creando i fondamenti per l’operatività necessaria ad affrontare i cambiamenti in atto.

Sempre secondo il quotidiano, la forza lavoro coinvolta da Honor comprende circa 8.000 persone distribuite nei vari reparti. Nel terzo trimestre del 2020 Huawei ha distribuito nel mondo 51,7 milioni di smartphone e Honor ha pesato per circa il 26% (dati Canalys). Nel 2019 Honor ha generato un fatturato di poco inferiore a 14 miliardi di dollari con un profitto netto di circa 915 milioni di dollari. Significa che il ricavo medio concesso da Honor si aggira tra il 15% e il 17%, superiore a quello di Huawei (circa il 10%).