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“Dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo” (Ennio Flaviano). Trump vuole passare alla storia come il Presidente più “non sense” del Paese che si è autoproclamato la “più grande democrazia al mondo”. Nessun altro Presidente precedente, nonostante i notevoli sforzi compiuti da certi personaggi, sono riusciti a mettere più in ridicolo gli Stati Uniti come The Donald. Il quale, a pochi giorni dall’insediamento del suo successore Joe Biden, continua ad avere pieni poteri. E li usa nel modo più incomprensibile possibile: mettere Xiaomi nella blacklist delle aziende che non possono essere finanziate da investitori statunitensi.

Giò nel 2019 con il boicottaggio di Huawei attraverso la Entity List che sembra arrivare dal maccartismo, per non dire che ne prende ispirazione, aveva toccato vette di surrealismo politico. Peccato che poi ciò abbia segnato duramente le sorti del brand secondo al mondo per importanza, impedendogli di usare Android e riducendo progressivamente i partner da cui attingere le componenti per gli smartphone. Oltre a cercare di bandirlo dalle gare per le infrastrutture 5G in suolo a stelle e strisce e nei Paesi alleati. Risultato: oggi Huawei, in meno di due anni, ha perso quote di mercato e si è ritrovata a sviluppare un sistema operativo alternativo ad Android, oltre ad avere uno store di app proprietario. Una situazione che può essere vantaggiosa nel lungo periodo ma che al momento penalizza un hardware di livello altissimo.

Le aziende cinesi nelle mire di Trump

Ebbene, il pugnace Donald non è accontentato di ciò. E dopo avere messo nella entity list anche Dji, il brand leader dei droni ma con sede in Cina, ha firmato i giorni restati da Presidente bloccando Xiaomi. L’impressione è che per Trump Xiaomi meriti un trattamento equivalente a quello di Huawei. Per fortuna l’azione attuata su Xiaomi è, per ora, meno grave di quella intrapresa nei confronti di Huawei.

Sì, perché Xiaomi è stata inserita in una black list (non nella entity list) insieme ad altre otto società cinesi. Ma può continuare a intrattenere rapporti commerciali con le controparti statunitensi (può dotarsi di chip, componenti e sistema operativo) ma è fatto divieto alle aziende made in Usa di investire nel brand cinese e non possono detenere quote azionarie o investimenti finanziari che prevedano una partecipazione diretta nelle sorti societarie. Chi è in possesso di azioni di Xiaomi è obbligato a cederle entro l’11 novembre. Salvo cambi derivanti dalla futura Amministrazione Biden.

Guardacaso le mosse di Trump hanno un tempismo di precisione bellica. Huawei è stata bloccata proprio nel momento in cui aveva superato Apple sia come unità distribuite sia come prodotti venduti. Xiaomi nella parte finale del 2020 ha superato Apple come unità spedite (shipment) a livello globale ed è il terzo brand, a poca distanza dal rivale di Cupertino, come market share in termini di vendite. In Europa la top 3 dei brand più venduti è siffatta: Samsung (32%), Apple (23%) e Xiaomi (18%). I dati sono di ottobre 2020. Nello stesso periodo del 2019 il terzo posto era di Huawei con il 16% e Xiaomi era quarta al 7%. Huawei nel 2020 era quarta con il 10%.

Questo per fare capire l’impatto sul mercato che hanno le mosse di Trump. Tanto per capire, in seguito all’inserimento nella black list “blanda” di Trump, il valore delle azioni di Xiaomi sulla Borsa di Hong Kong è diminuito di circa il 10%. Apertura a 32,65 dollari di Hong Kong (HKD), nel momento in cui si scrive è quotata 29,30 HKD ma il picco massimo è finora stato di 28,50 HKD.

Xiaomi: “affiliata all’esercito cinese”?

Se l’azione di blocco Trump non è ancora troppo aggressiva, per quanto stia impattando sul valore finanziario dell’azienda e quindi sulle sue risorse monetarie, è decisamente più pesante l’accusa mossa da Donald. Accusa sostanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, secondo cui Xiaomi è una “società militare comunista”. In altre parole avrebbe strettissimi rapporti e affiliazioni con le Forze Armate in Cina, tra cui figura una costante attività di consulenza e fornitura di tecnologie avanzate. Secondo Washington questo costituisce una minaccia per i cittadini statunitensi e il Paese con la bandiera a stelle e strisce.

Ora, Trump ha agito in questo modo e l’attenzione è tutta orientata all 20 gennaio, quando ci sarà l’insediamento di Joe Biden. Le speranze sono risposte in una politica estera, soprattutto nei confronti della Cina, meno bellicosa e più improntata alla tutela degli interessi commerciali delle aziende e delle parti americane. Non poter intrattenere rapporti con un grande produttore di elettronica (leggasi Huawei) oppure dover rinunciare a lucrose partecipazioni azionarie (nel caso di Xiaomi) nel concreto generano perdite alle aziende e agli investitori. E le società statunitensi non possono continuare a vedersi limitate nella loro operatività commerciale. Resta da capire quanto peso avrà questa insofferenza latente sulle decisioni di Biden.

La risposta di Xiaomi

“Xiaomi ha sempre rispettato la legge e agito in conformità con le disposizioni e i regolamenti delle giurisdizioni dei Paesi in cui svolge la propria attività.

La Società ribadisce che fornisce prodotti e servizi per uso civile e commerciale. Conferma inoltre di non essere posseduta, controllata o affiliata all’esercito cinese e di non essere una ‘Società militare comunista cinese’ come definita dal NDAA.

Xiaomi intraprenderà azioni appropriate per proteggere gli interessi della Società e dei suoi azionisti e sta esaminando anche le potenziali conseguenze di questo atto per avere un quadro più completo del suo impatto sul Gruppo.

Ci saranno ulteriori annunci, se e quando Xiaomi lo riterrà opportuno”.

In questa pagina è possibile leggere la risposta ufficiale inviata agli Stati Uniti da Xiaomi: https://blog.mi.com/en/2021/01/15/clarification-announcement/