Trump
Mandatory Credit: Photo by Evan Vucci/AP/Shutterstock (10434333bm) Donald Trump, Sauli Niinisto. President Donald Trump speaks during a meeting with Finnish President Sauli Niinisto in the Oval Office of the White House, in Washington Trump, Washington, USA - 02 Oct 2019
Wiko

Il 6 gennaio al Congresso degli Stati Uniti si procedeva alla seduta congiunta delle due camere per certificare il risultato dell’elezione del nuovo presidente Joe Biden. Più che per questo rituale burocratico, il 6 gennaio 2021 verrà ricordato per l’attacco al Congresso come escalation di una protesta da parte dei sostenitori di Donald Trump, giunti in massa a Washington per contrastare un risultato elettorale giudicato artificioso.

Le vicende di cui sopra hanno rappresentato una sorta di continuum metamediale senza precedenti: un andirivieni infinito tra realtà e virtuale in cui gli eventi concreti sono stati amplificati e sporcati nel digitale, digeriti e dati in pasto alla realtà modificati e distorti, in buona parte “incendiati”.

La strategia di Donald Trump, tra digitale e reale

Badate bene, le radici degli eventi del 6 gennaio affondano nei giorni antecedenti alle elezioni statunitensi, quando un sempre più esagitato Donald Trump ha iniziato a fiutare un’aria diversa e foriera di cattivi presagi. È in questi giorni che Trump ha iniziato a parlare (leggasi, twittare) di possibili brogli elettorali, coadiuvati nella sua narrazione dalla possibilità concessa ai cittadini statunitensi di votare per posta a causa dell’emergenza sanitaria che affligge il globo da marzo 2020.

Alla rete l’ormai presidente uscente ha affidato tutta la sua rabbia (costruita ad arte) continuando a battere su questo tasto per tutta la tornata elettorale, fino a quando il suo avversario, il democratico Joe Biden non ha conquistato il numero di grandi elettori necessario a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.

In una sinergia simbiotica tra reale e virtuale, Donald Trump ha utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per battere i piedi e pestare i pugni contro un risultato elettorale a lui avverso. Cavalcando la narrazione del broglio, della democrazia rubata, Trump ha puntato su ciò che aveva saputo fare meglio durante le elezioni del 2016 e poi ancora nel corso della sua presidenza: mentire sapendo di mentire. In tre parole: diffondere fake news.

E non è un caso che in questi anni il termine fake news abbia assunto un ruolo così centrale nel racconto dei social. Perché un conto è parlare di “bufale online” in relazione a canali YouTube e pagine Facebook dall’accento smaccatamente complottista. Un conto è se quell’accento diventa il perno della comunicazione politica del 45° presidente degli Stati Uniti. Ed è ciò che ha saputo fare Trump: legare l’essenza effimera dei social a quella menzognera delle sue balle trasparenti, scaldando le viscere degli inclini alle teorie complottiste e dei difensori della patria costi quel che costi.

Poco importa se migliaia di fact checker in tutto il mondo hanno smontato affermazioni sulla sanità, sul clima, sull’economia, sulla finanza, nonché sul suo passato a colpi di white paper, Donald Trump non ha mai arretrato di un passo. Consapevole che non è la verità che il suo elettorato cerca, quanto una calda, seppur bugiarda, rassicurazione.

Ed è qui che scatta l’andirivieni metamediale di cui abbiamo parlato in apertura. Sul piano concreto, Donald Trump perde le le elezioni. Su quello digitale, Trump diffonde dunque lo spettro dell’elezione truccata a suon di non-prove e teorie mai verificate. Sul piano concreto, i repubblicani ottengono legittimamente il riconteggio dei voti, che talvolta individua errori proprio a favore del Tycoon. Sul piano digitale, l’entourage di Trump tesse una folle ed esagitata narrazione volta a inculcare nella mente dei suoi seguaci la paura atavica che i democratici stiano loro negando un diritto naturale con brogli e sotterfugi. Sul piano concreto, Trump si spende in 60 ricorsi in tribunale sparpagliati per il Paese e ne perde 59. Sul piano digitale, nonostante la realtà dica il contrario, il magnate non si rassegna e continua a fomentare la folla dei suoi seguaci.

E non è una folla da poco: si parla di 89 milioni di follower su Twitter, quasi il 48 per cento della base totale degli utilizzatori attivi quotidiani monetizzabili del social media alla fine del terzo trimestre 2020 (secondo Repubblica) e 35 milioni su Facebook.

Il ban dai social

Il tweet che certifica il ban permanente a Donald Trump

In seguito agli eventi del Congresso, Twitter ha bandito definitivamente il presidente Donald Trump. Il tweet con cui è stata annunciata la decisione recita: “Dopo un’attenta revisione dei recenti tweet dell’account @realDonaldTrump e del contesto che li circonda, abbiamo sospeso definitivamente l’account a causa del rischio di ulteriore incitamento alla violenza”.

La scelta di Twitter inizialmente è stata quella di porre un divieto di 12 ore all’account di Trump per “violazioni ripetute e gravi della nostra politica di integrità civica” dopo aver pubblicato messaggi che ripetevano fake news circa il risultato elettorale.

All’epoca, Twitter ha affermato che Trump sarebbe stato bandito in modo permanente se avesse continuato a violare le sue regole, comprese quelle sull’integrità civica e sulle minacce violente. Dopo la sospensione e la successiva riattivazione, Trump però non ha arretrato di un passo anzi: ha condiviso due nuovi tweet che gli sono valsi la sospensione permanente.

L’account di Donald Trump, attualmente sospeso in via permanente

“A causa delle tensioni in corso negli Stati Uniti e di un aumento della conversazione globale riguardo alle persone che hanno preso d’assalto violentemente il Campidoglio il 6 gennaio 2021, questi due Tweet devono essere letti nel contesto di eventi più ampi nel paese e i modi in cui le dichiarazioni del Presidente possono mobilitare diversi pubblici, anche per incitare alla violenza, così come nel contesto del modello di comportamento di questo account nelle ultime settimane “, ha detto Twitter nel suo blog di venerdì.

Twitter ha deciso che i nuovi tweet erano “molto propensi a incoraggiare e ispirare le persone a replicare gli atti criminali” al Campidoglio, e ha condiviso il suo ragionamento in cinque parti:

  • La dichiarazione del presidente Trump di non partecipare all’inaugurazione è stata ricevuta dai suoi sostenitori come ulteriore conferma che l’elezione non era legittima ed è vista come negazione della sua precedente affermazione fatta tramite due tweet (1, 2) dal suo vice Capo di Stato Maggiore, Dan Scavino, che dichiarava una “transizione ordinata” per il 20 gennaio.
  • Il secondo Tweet può anche servire come incoraggiamento per coloro che potenzialmente stanno considerando atti violenti. L’inaugurazione sarebbe un obiettivo “sicuro”, in quanto non parteciperà.
  • L’uso delle parole “patrioti americani” per descrivere alcuni dei suoi sostenitori viene anche interpretato come sostegno a coloro che hanno commesso atti violenti al Campidoglio degli Stati Uniti.
  • Dicendo ai suoi sostenitori che avranno una “VOCE GIGANTE nel futuro” e che “Non gli verrà mancato di rispetto né saranno trattati ingiustamente in alcun modo !!!” tali affermazioni sono interpretate come un’ulteriore indicazione del fatto che il presidente Trump non ha alcuna intenzione di facilitare una “transizione ordinata” ma intende continuare a sostenere, dare potere e proteggere coloro che credono che lui abbia vinto le elezioni.
  • I piani per future proteste armate hanno già iniziato a proliferare dentro e al di fuori di Twitter, incluso un attacco secondario proposto al Campidoglio degli Stati Uniti e agli edifici del Campidoglio degli Stati Uniti il ​​17 gennaio 2021.

Donald Trump non si rassegna

Nonostante il ban, per un breve momento Trump è riuscito comunque a twittare – non da @realDonaldTrump, il suo account sospeso, ma dall’account ufficiale @POTUS riservato all’attuale presidente degli Stati Uniti, che verrà consegnato a Joe Biden il 20 gennaio.

Il suo messaggio, prima di essere cancellato, suggeriva in modo criptico che presto avrebbe fatto “un grande annuncio” e che stava esaminando “le possibilità di costruire la nostra piattaforma”.

Trump twitta da POTUS

Questa la traduzione:

Come dico da molto tempo, Twitter ha continuato ad andare oltre nel vietare la libertà di parola e stasera i dipendenti di Twitter si sono coordinati con i Democratici e la Sinistra Radicale nel rimuovere il mio account dalla loro piattaforma, per mettere a tacere me – e VOI, i 75.000.000 …

… grandi patrioti che hanno votato per me. Twitter sarà pure una società privata, ma senza il dono del governo della Sezione 230 non durerebbe a lungo. Avevo previsto che questo sarebbe successo. Abbiamo negoziato con vari altri siti e avremo presto un grande annuncio, mentre…

… guardiamo anche alle possibilità di costruire una nostra piattaforma nel prossimo futuro. Non saremo SILENZIATI! Twitter non si interessa LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Piuttosto promuovono una piattaforma della Sinistra Radicale in cui alcune delle persone più malvagie del mondo possono parlare liberamente …

Twitter ha confermato a The Verge che Trump non avrebbe potuto eludere un divieto semplicemente twittando da un account diverso e che i suoi tweet potrebbero essere cancellati se avesse usato account governativo (come @POTUS), ciò che poi è effettivamente accaduto.

Allo stesso modo, se Trump cerca di utilizzare un account non governativo (magari creando un nuovo account), anche tale account verrebbe sospeso in modo permanente “al primo rilevamento”.

Trump ha avuto riprova dell’efficacia di tale politica twittando gli stessi messaggi da @TeamTrump, l’account ufficiale della campagna Trump. I messaggi sono rimasti attivi per alcuni minuti prima che l’account venisse sospeso.

Non solo Twitter

Non è solo Twitter ad aver staccato la spina in via definitiva agli account di Donald Trump.

Mark Zuckerberg ha sospeso Trump da Instagram e Facebook. La decisione è stata confermata da Zuckerberg con un post sul suo account Facebook:

Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che il presidente Donald Trump intende utilizzare il tempo che gli resta in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden.
La sua decisione di utilizzare la sua piattaforma per condonare piuttosto che condannare le azioni dei suoi sostenitori al Campidoglio ha giustamente disturbato le persone negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Abbiamo rimosso queste dichiarazioni ieri perché ritenevamo che il loro effetto – e probabilmente il loro intento – sarebbe stato quello di provocare ulteriori violenze.
A seguito della certificazione dei risultati elettorali da parte del Congresso, la priorità per l’intero Paese deve ora essere quella di garantire che i rimanenti 13 giorni e quelli successivi all’inaugurazione passino pacificamente e in conformità con le norme democratiche stabilite.
Negli ultimi anni, abbiamo consentito al presidente Trump di utilizzare la nostra piattaforma in conformità con le nostre regole, a volte rimuovendo contenuti o etichettando i suoi post quando violano le nostre politiche. Lo abbiamo fatto perché crediamo che il pubblico abbia diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche ai discorsi controversi. Ma il contesto attuale è ora fondamentalmente diverso, e implica l’uso della nostra piattaforma per incitare un’insurrezione violenta contro un governo democraticamente eletto.
Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere.

Non solo, Discord ha bandito un server chiamato “The Donald”, una comunità pro-Trump collegata a subreddit r/The_Donald e TheDonald.win. Il divieto è arrivato due giorni dopo che l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti, incoraggiata dal presidente Trump, anche se Discord afferma che non ha prove che il server sia stato utilizzato per organizzare le rivolte.

“Abbiamo una politica di tolleranza zero contro l’odio e la violenza di qualsiasi tipo sulla piattaforma, o l’uso di Discord per supportare o organizzare attorno all’estremismo violento”, ha detto Discord in una dichiarazione condivisa con The Verge. “Sebbene non ci siano prove che un server chiamato The Donald sia stato utilizzato per organizzare le rivolte del 6 gennaio, Discord ha deciso di bannare l’intero server oggi a causa della sua palese connessione a un forum online utilizzato per incitare alla violenza, alla pianificazione di un’insurrezione armata negli Stati Uniti e alla diffusione di una dannosa disinformazione relativa alla frode elettorale negli Stati Uniti del 2020”.

Reddit ha vietato il subreddit r/The_Donald pro-Trump a giugno a seguito di un’espansione delle sue politiche per vietare l’incitamento all’odio in modo più esplicito. Il server Discord di Donald è stato uno dei luoghi in cui gli ex membri di r / The_Donald si sono riuniti dopo il divieto. Reddit ha anche vietato venerdì subreddit r / donaldtrump pro-Trump non ufficiali “date le ripetute violazioni delle politiche negli ultimi giorni per quanto riguarda la violenza al Campidoglio degli Stati Uniti”.

Reddit ha inoltre bandito r/donaldtrump per aver incoraggiato la violenza dopo l’attacco al Campidoglio, dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti. Reddit sostiene che il subreddit è stato “bandito a causa di una violazione delle regole di Reddit contro l’incitamento alla violenza”.

“Le norme di Reddit a livello di sito vietano i contenuti che promuovono l’odio o incoraggiano, esalta, incitano o invitano alla violenza contro gruppi di persone o individui. In base a ciò, abbiamo contattato in modo proattivo i moderatori per ricordare loro le nostre politiche e per offrire supporto o risorse secondo necessità “, ha detto a The Verge un portavoce di Reddit. “Abbiamo anche preso provvedimenti per bandire la comunità r/donaldtrump a causa delle ripetute violazioni delle politiche negli ultimi giorni per quanto riguarda la violenza al Campidoglio degli Stati Uniti”.

Il forum r/donaldtrump aveva circa 52.000 membri. Era significativamente più piccolo di r/The_Donald, un famigerato subreddit di Trump vietato l’anno scorso per violazione delle regole pervasiva, dopo che molti membri si erano già trasferiti su un sito indipendente.

Non solo Trump

Donald Trump non è però l’unico a dover affrontare i guai con i social dopo gli eventi al Congresso.

Anche Gary Coby, che su LinkedIn risulta direttore digitale della campagna 2020 di Trump, si è trovato il suo account Twitter sospeso dopo averlo apparentemente offerto al direttore dei social media della Casa Bianca Dan Scavino affinché lo usasse e cambiasse il nome e foto con quelli di Trump.

Twitter ha poi sospeso importanti esponenti e sostenitori della teoria del complotto di QAnon, citando un potenziale “danno offline”. Il ban riguarda l’ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump Michael Flynn, l’ex avvocato di Trump Sidney Powell e l’ex amministratore di 8kun Ron Watkins. Anche altri importanti account QAnon avrebbero subito il ban.

Twitter ha dichiarato che gli account sono stati sospesi a causa del divieto di “attività dannose coordinate” di Twitter. “Siamo stati chiari sul fatto che intraprenderemo una forte azione di contrasto verso comportamenti che possono potenzialmente portare a danni offline e, data la rinnovata potenziale violenza che potrebbe circondare questo tipo di comportamento nei prossimi giorni, sospenderemo definitivamente gli account che sono esclusivamente dedicato alla condivisione dei contenuti di QAnon “, ha detto un portavoce.

Flynn e Powell hanno entrambi promosso teorie legate a QAnon, un vasto movimento di cospirazione unito contro un’inesistente cabala di pedofili adoratori del diavolo. Flynn è stato condannato per aver mentito all’FBI, ma è stato graziato dal presidente Donald Trump ed è diventato un evangelista di QAnon. Powell è stata determinante nel promuovere false affermazioni circa i brogli nelle elezioni del 2020, al punto che Dominion Voting Systems ha presentato una causa per diffamazione contro di lei. Watkins in precedenza ha contribuito a gestire 8kun (ex 8chan), la bacheca anonima in cui Q, a capo di QAnon, pubblica messaggi criptici. Si pensa che Q possa essere in realtà gestito da più persone, e sia Ron che suo padre Jim Watkins sono stati ritenuti potenziali autori di Q.

Facebook ha vietato i contenuti di QAnon nel 2020, definendo il gruppo un “movimento sociale militarizzato”. Allo stesso modo TikTok ha bandito i contenuti di QAnon per aver violato la sua politica di disinformazione. Fino a poco tempo, tuttavia, Twitter ospitava alcune delle figure più importanti di QAnon.

Meglio tardi che mai (?)

Lo diciamo fin da subito: per chi vi scrive ciò che è successo in questo ultimo mese va ben oltre la libertà di espressione. Anzi, chi vi scrive è convinto che la libertà di espressione, in quanto valore sacro a fondamento di ogni democrazia, non possa essere inquinata nell’assurdo tentativo di difendere un comportamento criminale.

Tanto è importante sottolineare per condividere la nostra tesi: i social hanno non il compito, bensì un dovere vincolante nel promuovere una circolazione sana dell’informazione. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una vera e propria sclerotizzazione della comunicazione via social. Complice ciò che è successo con il Covid-19, il 2020 e ora anche i primi giorni del 2021 hanno dimostrato che ciò che accade nel mondo virtuale ha un pericoloso impatto sul mondo reale. Un impatto che non è più solo potenziale ma anzi ha effetti concreti sull’andamento della società.

Basti pensare a ciò che sta succedendo con i vaccini: aver permesso il diffondersi di fake news circa concetti biologici (dunque scientifici, che non possono variare al variare delle opinioni personali) sui social, produce un concreto effetto sul mondo reale: la diffidenza verso il vaccino e dunque la messa a repentaglio della salute pubblica qualora il numero degli incerti superasse quello delle persone dotate di buon senso.

Lungi dall’essere ormai solo teorie strampalate sull’11 settembre o sull’allunaggio e sul cosiddetto nuovo ordine mondiale, fake news, balle e teorie complottiste hanno scavalcato la soglia del virtuale e hanno allungato i propri tentacoli su vari livelli del mondo reale, guidando addirittura le scelte che le persone si trovano a compiere. E poco importa quale teoria sociologica e comportamentale ci sia alla base di chi preferisce credere che dietro qualunque evento si celino complotti segreti (però ben spiegati con dovizia di particolari su tutti i social esistenti) guidati dai potenti della terra, poco importa che siano spesso persone cui mancano gli strumenti culturali per discernere falsità becere da verità incontrovertibili, o nelle quali è completamente assente l’istinto di verificare la veridicità di un’affermazione.

Ciò che conta è il dato reale: complotti e fake news non sono più relegate alla sfera del virtuale ma hanno effetti precisi sulla società. È quello che è successo negli Stati Uniti, dove addirittura il primo promotore di fake news è il presidente, che ha una forza mediatica talmente imponente da scatenare un attacco coordinato alla principale istituzione del paese, alludendo in silenzio a un colpo di Stato in nome di brogli elettorali che ogni tribunale degli Stati Uniti, fino alla Corte Suprema, ha negato si siano verificati.

I social dovevano agire prima. La sospensione di Donald Trump che è ormai con entrambe le scarpe ben lontano dallo Studio Ovale suona una posizione di comodo adesso, dopo che negli ultimi 6 anni (4 di presidenza e circa 2 di campagna elettorale) il magnate non si è mai preoccupato dei danni causati dall’esporre tesi false e complottiste. Su Facebook, l’ormai ex presidente ha speso oltre 80 milioni di dollari in advertising da marzo a novembre 2020, segno di come lo staff di Trump giudicasse cruciali i social per la rielezione. Su Twitter il Tycoon da anni genera un volume di traffico senza eguali, tenendo incollati i suoi elettori alla piattaforma in un dialogo perenne 24 ore su 24.

Viene da chiedersi se allora sulla pericolosità ammantata da stravaganza di Trump non ci si sia marciato fin quando non si è potuto più farne a meno. E viene da chiedersi se Trump sia davvero l’ultimo problema da risolvere e se non sia invece solo l’ingombrante punta di un iceberg che ha iniziato a sciogliersi anni fa e ha superato il pericoloso punto di non ritorno già da un pezzo. I social, lo abbiamo detto sopra, hanno il dovere vincolante di promuovere una corretta circolazione dell’informazione. Non possono più sacrificarla sull’altare delle interazioni, del tempo speso in piattaforma e di tutte le metriche che il click bait generato dalle teorie complottiste è capace di far schizzare alle stelle.

Perché è doveroso sanzionare il comportamento di Trump, che non può confondere la libertà di espressione con la diffusione deliberata di notizie false e fuorvianti fino a incitare il realizzarsi di una guerra civile. Anzi, è forse uno dei primi passi che potrebbe condurre alla responsabilizzazione dell’utenza social: i comportamenti che si hanno online hanno un effetto che non si esaurisce premendo il tasto invio. Ma è altrettanto doveroso attuare delle politiche serie atte a differenziare le informazioni verificate e le verità scientifiche incontrovertibili dalle troppe, infinte balle di cui la rete è satura. Tocca ai social, se la scuola ha fallito, dotare le persone degli strumenti culturali e digitali per compiere scelte consapevoli? Forse, del resto da anni i social si fanno la guerra per conquistare il nostro tempo e la nostra attenzione. È anche in virtù di questo che si chiede loro responsabilità.