L’intelligence statunitensi, tanto per cambiare, si sente “sotto attacco” almeno secondo il rapporto delle tre agenzie Fbi, Cia e Nsa (National Intelligence). Non c’è un reale punto di novità in questa posizione unanime da parte dei rispettivi direttori degli enti: da sempre gli Stati Uniti si sento bersagliati dall’esterno (dimenticandosi spesso e volentieri di attuare correttivi sensati e pragmatici per le tensioni interne). Tuttavia in questo report questa volta compare un nome di spicco: Huawei.

Problema cybersecurity

Tutto parte dalle note introduttive del responsabile della National Intelligence che ha descritto una situazione apocalittica: “siamo sotto attacco da entità che sfruttano l’informatica per penetrare virtualmente in ogni attività che avviene sul suolo statunitense”. Ogni agenzia governativa in U.S. sarebbe preda di tentativi “ogni giorno” portati utilizzando mezzi “sempre più aggressivi” con l’obiettivo ultimo di disgregare “il patto di fiducia tra cittadini e governanti e azzerare i valori democratici”.

Un discorso accorato, orgoglioso e parecchio propagandistico all’uopo per giustificare difese portate “con ogni mezzo” perché non si possono evitare gli attacchi ma solo “portare risposte e soluzioni” efficaci. Come dire che è tutto concesso purché si raggiunga il fine ultimo, ovviamente passando da una confederazione di agenzie governative e società private coese verso la difesa dei valori statunitensi. Parole che avranno sicuramente toccato il senso di appartenenza e di diritto alla difesa personale del popolo made in Usa.

Riflessioni sull’esterno

Come discorso pertinente a quanto detto per l’informatica in ambito pubblico, il trittico di direttori si è anche soffermato sull’impatto di questi attacchi in ambito domestico. È ben noto che l’intelligence americana abbia sottolineato i rischi di Huawei negli ultimi anni. Non solo per i dispositivi mobili ma anche per le antenne e le celle impiegate per fornire connettività. Ora il messaggio è chiaro e preciso: chi usa il Mate 10 Pro non è al sicuro. Quindi le tre agenzie all’unisono ne sconsigliano l’utilizzo (di conseguenza l’acquisto).

Siamo onesti, è eccessivo. Già nel 2012 i legislatori U.S. avevano provato a varare normative che mettessero l’accento sui pericoli connessi al brand cinese. Ora addirittura porre in essere il sillogismo “Mate 10 Pro – Cavallo di Troia” per mettere a rischio la cybersicurezza statunitense suona un po’ bizzarro. Non foss’altro che è certificato e ampiamente dimostrato come i prodotti made in Usa siano effettivamente impiegati dal governo di Washington per tracciare e monitorare i comportamenti delle persone residenti e non. Questa attività è stata autorizzata dagli atti emanati dopo il dramma delle Torri Gemelle, dal Patrioct Act in poi. Da allora la superficie di raccolta dati violando anche le più naturali norme della privacy è aumentata a tal punto che suona assurda la posizione di Fbi, Cia e via discorrendo nei confronti di Huawei.

Il salto a ostacoli

Ancora una volta il meccanismo del protezionismo di fatto degli Stati Uniti ha fatto tutto quanto in suo potere quasi per boicottare brand che possano mettere in difficoltà società statunitensi. I casi recenti: il clamore mediatico nei confronti del Samsung Note 7, la pubblica gogna delle piattaforme di Kaspkersy ritenute ree di fare da tramite per gli spini russi (mai dimostrato il nesso causa/effetto), la campagna denigratoria sulle centraline modificate del Gruppo Volkswagen, il voltagabbana di At&t il giorno precedente all’annuncio al Ces 2018 della messa a listino del Mate 10 Pro, che non è sparito dall’offerta dell’operatore ma semplicemente escluso dai modelli sovvenzionati e legati a tariffe.

Ora l’ennesimo ostacolo per Huawei: “Il focus delle mie preoccupazioni oggi è la Cina (che peraltro ha acquisito la maggior parte del debito pubblico Usa, ndr) e specificatamente le aziende telco come Huawei e Zte, le quali è ben noto abbiano rapporti straordinariamente stretti con il governo cinese”. Un j’accuse potente quello del Senatore Richard Burr della commissione che supervisiona l’intelligence degli Stati Uniti.

Per Huawei si tratta di un danno d’immagine senza precedenti in un momento delicato di ingresso nel mercato d’oltreoceano, proprio nell’anno in cui si era posta come obiettivo di diventare un brand importante negli Usa. Un altro Senatore illuminato, tale Mark Warner, dice che bisogna prendere tutte le “misure necessarie affinché si impedisca alla Cina di avere accesso alle tecnologie più importanti”. Il Direttore dell’Fbi rincara la dose evidenziando il pericolo di affidare troppo potere a società “controllate da governi stranieri” per evitare di azioni di “spionaggio”.

La caccia alle streghe è una specialità tipicamente statunitense, non è nuova e, di volta in volta, si concentra con fake news, misinformazione e maneggiamenti informativi. Probabilmente il Paese che si ritiene più democratico e liberista al mondo, forse pecca troppo frequentemente di superbia.

La risposta di Huawei

L’azienda cinese ha preso posizione: “Huawei è a conoscenza delle attività messe in opera dal Governo degli Stati Uniti che sembrano mirare a inibire il business della società nel mercato statunitense”. L’azienda sottolinea che può vantare “la fiducia di governi e consumatori in 170 Paesi al mondo”, anche perché “non ha mai posto in rischio la cybersecurity” quantomeno non più di un “qualsiasi altro fornitore delle telco, anche condividendo le attività della filiera produttiva e della distribuzione”.