Dimenticate concetti quali la domotica o, peggio ancora, la casa automatica e l’home automation. Sono tutte parole che nel corso degli ultimi venti anni hanno provato a dare forma a progetti di automazione per l’abitazione che si sono infrante sul medesimo scoglio: la complessità. Sì, perché tutte le piattaforme finora viste che promettevano di poter rendere “robotica” la dimora prevedevano un eccessivo grado di macchinosità e di richieste tecnologiche. Non solo centraline dedicati, ma anche cavi, bus, snodi ed elettronica dedicata, con l’unico risultato di fare lievitare i costi e ridurre in proporzione l’effettiva utilità, con una percezione nel complesso poco positiva (per non dire negativa) da parte dei consumatori. Poi il cambio di rotta, quello che chi opera in un negozio dovrebbe sfruttare senza indugiare per vendere una nuova gamma di dispostivi: quelli smart. La connettività è l’asse portante oggi per partire dallo smartphone e convincere il cliente finale a centrare ogni attività sul fido dispositivo mobile. E alcune di queste funzioni dovrebbero risultare uno standard di fatto (per quanto riguarda ad esempio l’elettrodomestico connesso, la Tv o il computer); altre dovrebbero rientrare in un acquisto successivo che deriva dall’abitudine, dalla comodità e dalla sempre maggiore ergonomia derivante da queste tecnologie. In ultima analisi, la smart home si affida proprio sul fatto che l’utente esegue micro investimenti incrementali, ripetuti e frequenti nel tempo, per rendere connessa ogni singola parte della casa, a partire dai beni durevoli per terminare in elementi strutturali. Sapete quale è la cosa più interessante? Tutti questi sono prodotti perfetti per lo scaffale e che generano interesse, pedonabilità, interazione con il cliente finale e servizio. A patto di crederci.

Parola chiave: semplicità

La vera chiave di volta delle attuali piattaforme dedicate alla casa è rappresentata dalla semplicità. Non a caso si parla di “smart home” e gli altri termini, compreso quello di domotica, sono diventati pressoché desueti. La sostanziale differenza tra i dispositivi moderni e quelli delle prime generazione sta nell’adozione di standard e non di tecnologie proprietarie. Per questo oggi si predilige il concetto di “connettività”, che si affida a strutture portanti dei dati basate su tecnologie comuni quali Wi-Fi, Bluetooth ed Ethernet e a sistemi di interfaccia uniformi e plug-and-play, che non richiedono conoscenze specifiche se non quelle relative all’installazione e all’utilizzo di app. Viceversa, nelle prime impostazioni della home automation, per intenderci quelle che hanno creato una bassa percezione sui consumatori, erano necessarie infrastrutture costose, affidate a centraline spesso sviluppate ad hoc e interfacce a bus di tipo particolare. Basti pensare all’illuminazione: oggi è sufficiente usare una lampadina led Wi-Fi; una decina di anni fa bisognava fare passare un terzo filo nell’interruttore e inserire attuatori elettrici dedicati. Significa, in parole povere, che oggi basta avvitare una lampadina e la lampada è connessa; qualche anno fa bisognava rivedere in modo piuttosto profondo l’impianto elettrico. La semplicità è il primo criterio su cui fondare la spiegazione dei vantaggi della smart home. Basta alimentare un qualsiasi dispositivo smart, dalla lavatrice alla lavastoviglie, passando per frigoriferi, Tv, lampadine e prese di corrente, per fare in modo che l’app ne riconosca la presenza attraverso la tecnologia wireless e permetta di controllare il device da smartphone, tablet, computer e assistente vocale, ovunque ci si trovi. Nel caso del Wi-Fi si può operare anche quando si è lontani da casa. Non a caso sia Android sia iOS, i due più diffusi sistemi operativi per smartphone, permettono di accentrare in un’unica app la gestione dei dispositivi connessi presenti in casa.

Un’esigenza sentita

Non passi in secondo piano che per il 74% degli italiani la casa è in cima alle priorità. In un recente sondaggio di Doxa, si dimostra come più dell’80% dei residenti in Italia abitano in case di proprietà e nel 62% dei casi si tratta di un appartamento in un condominio. Percentuale che sale all’85% nei comuni con oltre 250 mila abitanti. L’ampiezza media della casa si attesta attorno ai 105 metri quadri, con appena il 5% della popolazione che vive in unità abitative di dimensioni inferiori ai 50 metri quadri. Sei abitazioni su 10 sono corredate da uno spazio all’aperto: uno o più terrazzi (34%), giardino privato non condominiale (29%), orto privato (13%) o, persino, campo coltivabile / frutteto (8%). Interessante osservare le abitudini in casa: un italiano su 3 è solito lavorare, anche più volte alla settimana (68%). I più sono lavoratori autonomi, ma non mancano nemmeno i dipendenti (27%). «Questo trend incide anche sulla fruizione stessa dell’abitazione, sempre più polifunzionale e volta a interpretare al meglio le esigenze molteplici e differenziate di tutti i membri della famiglia. È la casa a ciclo continuo, “vissuta” e presidiata durante l’intero arco della giornata. Con conseguenze sia sull’organizzazione degli spazi abitativi sia sulla scelta degli arredi stessi», precisa Paola Caniglia, Retail Director di Doxa. Ecco spiegato perché due terzi della popolazione è intenzionata a investire sulla smart home. Sono due i maxi filoni per cui gli italiani si dichiarano disposti a mettere mano al portafoglio: “sicurezza” con in primis la messa a regime di impianti antintrusione e/o dispositivi per monitorare allagamenti, incendi o cortocircuiti; e “comfort” con, tra gli altri, termostati / climatizzatori o, ancora, elettrodomestici, tutti comandabili a distanza. Anche in una ottica di riduzione dei consumi e degli sprechi energetici. Nel 2017 il mega trend della casa connessa ha generato un fatturato di oltre 250 milioni di euro, in crescita secondo i dati previsionali del 2018.

Lo scenario italiano

Nel mercato italiano della casa connessa, insieme alle startup (che offrono oltre metà dei prodotti in vendita) sono entrati grandi produttori con brand affermati, dotati di una rete di vendita capillare e di una filiera fidelizzata di installatori, fattori cruciali per aumentare la fiducia dei consumatori. Il 38% degli italiani infatti possiede già almeno un oggetto “smart” in casa, ma tra questi ben il 74% ha richiesto l’aiuto di un professionista per l’installazione e il 51% si dice preoccupato per i rischi legati alla privacy. Sempre Doxa spiega che i consumatori hanno a disposizione diversi nuovi punti di contatto per acquistare soluzioni per la casa connessa, tra retailer (tradizionali e online), produttori, assicurazioni, utility e telco che coprono già il 30% dei canali di vendita.
“Nonostante la forte crescita, sono ancora numerose le barriere su cui le aziende devono concentrare gli sforzi. In particolare le difficoltà nell’installazione dei prodotti, la carenza di servizi che effettivamente consentano di creare valore e la scarsa riconoscibilità di molti dei brand che oggi presidiano il mercato. Privacy, cybersecurity e intelligenza artificiale sono aspetti cruciali per lo sviluppo di soluzioni affidabili e interessanti per il cliente finale. Poi bisogna puntare alla corretta gestione e valorizzazione dei dati che sono raccolti dagli oggetti connessi nelle nostre case”, osserva Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things. Il comparto – in termini di incidenza sulle vendite – che traina il mercato della smart home è quello incentrato nella sicurezza, ossia dispositivi che permettono di rendere più protetta la casa: sensori per porte e finestre in grado di rilevare tentativi di infrazione, videocamere di sorveglianza, serrature e videocitofoni. Seguono i prodotti per la gestione del riscaldamento, cioè caldaie e termostati connessi che si diffondono grazie a brand affermati, una community di installatori fidelizzata e la capacità di comunicare i benefici ottenibili in termini di comfort e risparmio energetico. Poi arrivano le soluzioni per la gestione elettrodomestici, in particolari lavatrici connesse, controllabili via app e dotate in alcuni casi di assistente vocale.

Come superare le barriere

Le tre principali barriere ancora da superare in Italia riguardano l’installazione dei prodotti, l’integrazione dell’offerta con servizi di valore e la presenza di brand affermati. Il 73% delle oltre 400 soluzioni IoT per la casa connessa dovrebbe poter essere installato in autonomia, ma alla prova dei fatti spesso l’utente deve rivolgersi a un aiuto esterno, causando costi aggiuntivi: un bisogno che il retail potrebbe intercettare e fare suo attraverso servizi dedicati e non obbligando i consumatori a cercare personale terzo. Sono rari inoltre i servizi che effettivamente consentono di creare valore per l’utente: oggi solo nel 27% dei casi è presente almeno un servizio nella soluzione offerta, spesso “di base”, come la gestione dei dati su cloud o l’invio di notifiche push in caso di imprevisto. Infine, oggi oltre metà dei prodotti in vendita è offerto da startup con scarsa forza e riconoscibilità del brand, spesso quindi non percepite come abbastanza mature e affidabili dai consumatori. Le occasioni per le insegne specializzate in elettronica aumentano se si considera che solo il 30% di questi prodotti passa dai retailer online e offline. In questa quota rientrano in piccola parte anche i telco specialist e le assicurazioni. Il resto delle vendite rimane ancorato alla filiera tradizionale (brand, costruttori edili, distributori di materiale elettrico e addetti ai lavori), solo per questioni di mancanza di cultura di prodotto. La crescita maggiore in termini di fatturato (oltre il 100%) è però fatta registrare dalle insegne dell’elettronica di consumo, significativo del fatto che la smart home sta catturando un pubblico sempre più vasto. Spacchettando il dato, il merito di questa crescita è in primis degli eRetailer (+150%), che contribuiscono al 13% del mercato (circa 32 milioni di euro). Anche i retailer multicanale crescono con un ritmo notevole (+65%, 9% del mercato), ma se da un lato aumentano le vendite di grandi elettrodomestici connessi, dall’altro emergono segnali di contrazione per i prodotti sugli “scaffali smart home” (-30%).
“La filiera tradizionale conferma un ruolo di primo piano per via della fiducia dell’utente verso i brand tradizionali e delle difficoltà nello svolgere autonomamente l’installazione dei prodotti. La crescita di retailer ed eRetailer è buona, ma per cogliere appieno le opportunità servono formazione degli addetti alla vendita, una comunicazione chiara dei benefici ottenibili e un incremento della rilevanza dei brand che popolano il mercato”, spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things.

Cosa comperano gli italiani

Il 38% dei consumatori italiani possiede almeno un oggetto della smart home in casa propria e ben il 32% ha effettuato l’acquisto a partire dal 2017. Chi oggi non dispone di oggetti connessi per la propria abitazione nel 27% dei casi non ha mai valutato di acquistarli e nel 17% non ne comprende appieno i benefici. I media tradizionali si confermano il principale canale di comunicazione: infatti il 58% dei consumatori ha sentito parlare di smart home nella pubblicità su radio, Tv e giornali, mentre il 32% tramite Internet. Se si vuole aumentare il livello di engagement nel punto vendita, bisogna considerare che l’elemento imprescindibile rimane l’installazione da parte di un professionista: il 74% di chi ha acquistato un prodotto ha richiesto da subito l’aiuto di un installatore di fiducia. Cresce la maggiore sensibilità nei confronti di privacy e sicurezza dei dati: il 51% dei consumatori è restio a condividere informazioni personali, soprattutto per il rischio che le finalità di utilizzo siano diverse da quelle dichiarate (era il 27% tre anni fa). Ed è scarsa la fiducia in termini di sicurezza dei dati privati: il 72% dei rispondenti è preoccupato per i rischi di accesso/controllo degli oggetti connessi da parte di malintenzionati. “I consumatori non riescono ancora a cogliere il vantaggio derivante dalla condivisione dei dati. Una leva importante è proporre servizi il cui valore sia chiaramente percepito dai clienti, come il pronto intervento di un’azienda di vigilanza in caso di furto oppure consigli per ridurre i consumi energetici. È importante che vengano anticipate già in fase di progettazione le problematiche di sicurezza, per poi lanciare sul mercato prodotti smart con un minor rischio di vulnerabilità rispetto a eventuali attacchi esterni”, spiega Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things.

Gli standard disponibili

Con la diffusione della piattaforma concettuale di smart home si sono affermati quattro protocolli che si aggiungono alle varianti di Wi-Fi e Bluetooth e sono funzionali al controllo di certe categorie di dispositivi che necessitano di un’interazione più specifica. Sono quattro protocolli, tutti capaci di interoperare tra loro (rete mesh), fatta accezione per WeMo:

Thread: basato su IPV6 ha consumi ridotti, ma al momento è poco diffuso;
WeMo: introdotto da Belkin per l’offerta Home Automation. È basato su Wi-Fi e ha consumi energetici superiori alla media, tanto che quasi tutti i prodotti sono collegati alla rete elettrica;
ZigBee: è uno dei più diffusi ed è stato adottato per esempio anche da Amazon con Echo Plus. Si basa sullo standard IEEE 802.15.4 e opera sulle bande a 868 MHz (in Europa) e 2,4 GHz. È uno dei più diffusi, tuttavia è sempre bene verificare la compatibilità con la frequenza a 868 MHz;
Z-Wave: diffuso su prodotti di facile reperibilità ma quelli dedicati al mercato europeo operano su 868 MHz. La velocità di trasmissione arriva fino a 100 kbps (ZigBee si attesta su 250 kbps) e vanta una buona stabilità.

Questo vale a dire che i protocolli di comunicazione tra gli oggetti smart in casa continuano ad essere eterogenei, rendendo difficile la convergenza verso un’unica soluzione, ma si segnalano alcuni passi avanti perché si registra un’adozione più incisiva verso Zigbee e Z-Wave. La soluzione più efficace a questa relativa frammentazione è offerta dalle centraline, in modo particolare dagli smart speaker firmati da Google e Amazon. E questo porta la smart home nella nuova era dell’intelligenza artificiale. L’interfaccia offerta ai consumatori sta cambiando in modo profondo perché sempre più affidata alla voce. Non solo quindi in remoto dal touchscreen, ma anche dai locali della casa interagendo con altoparlanti connessi al cloud che permettono di rispondere a domande e creare una vera e propria chiacchierata. Nel prossimo futuro si passerà dall’ormai consolidato riconoscimento vocale al più evoluto “context aware”, che consente di prevedere, personalizzare e configurare l’utilizzo in base a preferenze personali. L’intelligenza artificiale può consentire di superare molte delle barriere all’adozione che frenano la diffusione dell’IoT nelle case: aiuta a semplificare la gestione dei dispositivi connessi, ma anche migliorare la gestione di prodotti e servizi offerti da aziende diverse, con un’esperienza d’uso più integrata.

Smart speaker

Nel 2018 si prevede saranno venduti circa 58 milioni di smart speaker in tutto il mondo: il 2017 si è assestato su 33 milioni di unità. Prendendo come riferimento il mercato statunitense, il più sviluppato in questo frangente, si nota come gli Amazon Echo abbiano una penetrazione pari al 40% e Alexa sia una sorta di standard di fatto nelle piattaforme vocali (è utilizzato anche da terze parti quali Sonos, Bose, Jabra, Sony, Netgear e così via). In Italia questi dispositivi sono arrivati nella seconda metà di ottobre 2018 con una ricca collezione fatta di cinque speaker e una smart plug compatibile con qualsiasi dispositivo elettrico. Nel momento in cui si scrive, sono venduti solo attraverso il sito di Amazon, dove hanno goduto di un generoso sconto del 40% sul prezzo, e il modello Echo Plus integra anche una centralina per la smart home al fine di configurare e comandare vocalmente i dispositivi compatibili con il protocollo Zigbee. In Italia ci sono anche i prodotti Google Home e Home mini, che si appoggiano a Google Assisant e hanno un approccio più “olistico” perché qualsiasi funzione è integrabile e sommabile dall’app di configurazione per Android. Estendendo la visuale, a partire dagli Stati Uniti per spostarsi in Cina e in altri Paesi, esistono smart speaker firmati da Apple (Home Pod), Xiaomi, Samsung, LG, Huawei e Microsoft. Questi hub hanno l’impareggiabile pregio di ridurre la complessità di connessione e gestione degli oggetti intelligenti in casa. E dunque sono il primo step da cui partire per creare cultura e attenzione sul consumatore, perché tra l’altro questi altoparlanti intelligenti si affidano a tecnologie ampimente diffuse da tempo sugli smartphone. Il secondo step potrebbe essere di passare a router più prestazionali di quelli forniti di serie dal provider a banda larga, videocamere intelligenti, lampadine smart ed elettrodomestici. Infine, il passaggio finale è rappresentato da smart plug e dispositivi che rendono più efficienti i consumi energetici in casa. Se vi chiedete come fare, ricordate sempre che, come abbiamo provato a tratteggiare in questo scenario, sono tre i fattori su cui gli italiani incentrano i loro acquisti per la casa: comfort, sicurezza e convenienza (che non significa prezzo basso ma semplicità e vantaggi concreti legati all’investimento).

 

Amazon Echo: un elenco di comandi seri e divertenti per conoscere meglio Alexa