Paladone

Ogni tanto i personaggi (più o meno) famosi cadono vittime del loro stesso egocentrismo, pensando che una posizione di prestigio magicamente faccia diventare oro puro le loro parole. Probabilmente ci si abitua troppo rapidamente a farsi chiamare “maestro” e ci si innamora di questo appellativo, dimenticandosi i fatti. È sacrosanta libertà di parola e opinione, tuttavia è parimenti sacrosanto il diritto di non essere d’accordo. L’equipollenza deriva dalla libertà d’espressione. E, per fortuna, un teoria non diventa più vera solo perché è detta da una persona più in vista o solo perché ha più like. Non ancora almeno, nonostante tutto. Nemmeno quando è Martin Scorsese a parlare dalle pagine di Harper’s, storica pubblicazione di costume statunitense. Al regista è dedicata la storia di copertina: da questa posizione olimpica ne approfitta per attaccare il modello di business di Netflix e delle piattaforme di streaming.

E Scorsese, per dirla tutta, è persino pronto a beatificare l’Italia, dichiarando apertamente il suo amore per Federico Fellini (lui sì che era un Maestro), da cui ha tratto a piene mani ispirazione per inquadrature, scene e personaggi esasperati nei film prodotti a Broadway. Poi però cambia registro, dimostrando di rimanere saldamente ancorato al passato e dimenticandosi del presente. Non già del futuro, perché come dice Dante: “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.

Dice Scorsese: «L’arte del cinema viene sistematicamente svalutata, spinta ai margini, umiliata e ridotta al suo minimo comune denominatore, il “contenuto”». Posto che il “contenuto” ha sempre avuto valore perché permette all’arte di creare la meravigliosa sinergia tra significato e significante. Ci si chiede perché il regista pensi così male dello streaming, quasi dimenticandosi che Netflix gli ha permesso di pubblicare The Irishman, acclamato in tutte le sedi ove si distribuiscono award. Un film che per lunghezza, trama e costruzione, recitazione, lasciacelo dire sinceramente caro Martin, basterebbe per rimanere in silenzio ed evitare parole sconosciute quali “contenuto” (inesistente nel suddetto film, ripiegato sulla presenza di attori famosi e sull’autocelebrazione di come si posiziona una telecamera).

Non pago, Scorsese ha espresso quanto segue: «Appena 15 anni fa, il termine contenuto si sentiva solo quando la gente discuteva il cinema a un livello serio, mettendolo in contrasto e misurandolo con la forma. Poi, gradualmente, “Dobbiamo ripartire dai maestri come Federico Fellini per non perdere la magia” è stato usato sempre più dalle persone che hanno preso il controllo delle compagnie mediatiche, la maggior parte delle quali non sapevano nulla della storia di questa arte, o neanche si preoccupavano di pensare che avrebbero dovuto saperne. “Contenuto” è diventato un termine di business per tutte le immagini in movimento: un film di David Lean, il video di un gatto, una pubblicità del Super Bowl, il seguito della storia di un supereroe, l’episodio di una serie».

Scorsese è evidentemente alla ricerca di attenzioni e di scusanti per un film (The Irishman) con cui ha sperimentato una grammatica e una piattaforma distributiva a lui lontana, quindi è stato costretto al digiuno dopo il dolore della resa effettiva. E infatti Scorsese se la prende anche con il tipo di distribuzione delle piattaforme di streaming, colpevoli di proporre ai consumatori (probabilmente l’illuminato regista pensa che siamo tutti beoti) titoli sulla base di algoritmi e calcoli matematici.

Eppure garantiamo a Scorsese che le persone sono liberissime di scegliere, funziona ancora molto bene l’arte del passaparola e della “generosa condivisione di ciò che ami e ti ha ispirato”, che lui invece sostiene essere sparita. Che errore marchiano, nell’epoca dei social e della condivisione a tutto spiano di ciò che si sta guardando proprio questo sharing totale è il segreto del successo delle piattaforme.

Ma nulla, Martin rimpiange il passato, tempi andati, come tutti quelli che non sanno interpretare il presente e il futuro e riescono a trovare eccezioni pur di non ammettere la propria inadeguatezza. Persino Platone era diffidente verso la diffusione di massa della scrittura e si era schierato a favore della trasmissione orale, in quanto scrivere avrebbe ridotto nel tempo le capacità intellettuali delle persone. L’innovazione travolge, altrimenti si finisce travolti.

Chiosa Scorsese: «Quelli di noi che conoscono il cinema e la sua storia devono condividere il nostro amore e la nostra conoscenza con più gente possibile. E dobbiamo rendere chiaro e limpido ai proprietari legali di questi film che essi ammontano a molto, molto di più che meri beni da sfruttare e poi mettere via. Sono tra i più grandi tesori della cultura e devono essere trattati di conseguenza». Proprio grazie alle piattaforme di streaming e ai social è possibile tutto ciò: trasferire ad altri, conservare i “tesori” e metterli a disposizione di tutti. Per fortuna esistono le piattaforme di streaming, che permettono di vedere idee nuove, film che non troverebbero sale aperte e sperimentazioni.

Diciamola in modo comprensibile al maestro: l’arte cinematografica è il fine, il mezzo è tutto ciò che permette alle persone di entrare in contatto con queste opere. Che sia digitale, che sia una sala di proiezione, che sia un dispositivo personale poco cambia: l’importante è che arrivi agli occhi delle persone e le allieti. Scorsese si preoccupi di allietare i suoi attuali fan con un film all’altezza del suo passato e delle aspettative. Il resto è pura confusione da astinenza.