Huawei e ZTE nel mirino della Federal Communication Commission USA

Sopravvivere senza componenti Usa si può. La dimostrazione provata arriva dal Mate 30, ultimo e avveniristico cellulare firmato Huawei. Un device non solo ad alte prestazioni, come da tradizione dei top di gamma del gigante delle telecomunicazioni cinese, ma anche capace di sconfiggere le sanzioni che il presidente americano Trump annuncia, minaccia, ritira e poi rilancia un giorno sì e l’altro pure. A evidenziarlo è un’analisi presente sul sito The Verge, dove è spiegato il cammino che ha condotto Huawei alla produzione di un cellulare “libero” da parti Made in Usa.

Sanzioni: chi vince e chi perde?

I grandi sconfitti del balletto delle sanzioni sono i supplier americani, su questo non v’è dubbio alcuno. Intel, Broadcom, Qualcomm, Qorvo, Skyworks, Cirrus Logic: questi sono solo alcuni dei nomi colpiti dall’aggiramento messo in opera da Huawei. L’azienda cinese, infatti, ha posto in essere negli ultimi mesi una vera e propria manovra diversiva, che l’ha condotta a individuare nuovi fornitori per alcune delle componenti vitali alla costruzione dei propri device. E così, ora, le parti audio arrivano dall’olandese Nxp e non più dall’americana Cirrus Logic. I chip per Wi-Fi e Bluetooth, invece, sono recuperati direttamente “in casa”, grazie alla controllata HiSilicon, divisione dedicata ai semiconduttori, che va a sostituire Broadcom. Ma la lista di esempi citabili è ben più lunga e include anche le forniture di realtà quali la giapponese Murata e la taiwanese MediaTek.

Uno sguardo al domani

“Huawei preferirebbe continuare ad approvvigionarsi dai propri partner americani, acquistando e integrando nei nostri device le loro componenti. Ma se questo non si dimostrerà possibile per colpa delle decisioni assunte dal governo degli Stati Uniti, non avremo altra scelta che rivolgerci a supplier fuori dagli Usa”. Le parole sono quelle di un portavoce del gigante cinese delle telecomunicazioni, così come raccolte dal The Wall Street Journal. Ma l’attuale stato dell’arte racconta di uno scenario ben diverso. Per Huawei staccarsi totalmente dagli Usa è per ora impossibile, soprattutto laddove intenda mantenere la produzione di molti dei device presenti oggi nel suo portfolio. Al contempo, l’azienda cinese deve fare i conti con il divieto a poter fare affari con molti dei supplier cui finora si è rivolta. Nel mezzo, la mossa dell’accumulo di componenti effettuata in vista delle sanzioni. Una decisione, quest’ultima, che evidenza l’assoluta imprescindibilità nella fase realizzativa di alcune parti Made in Usa, in primis per i prodotti top di gamma: vedi il caso, svelato da TechInsights, dei chip Qualcomm e Texas Instruments necessari al Mate 30 Pro 5G.

Il Mate 30 è il primo device Huawei realizzato con componenti non USa

Pieghe ed effetti delle sanzioni

La scoperta di TechInsights, con i chip Qualcomm e Texas Instruments ancora utilizzati nella fabbricazione del Mate 30 Pro 5G, apre a tutta una serie di considerazioni e possibili scenari. Ma i motivi dietro alla scelta, molto più banalmente, potrebbero essere di ordine pratico: la decisione, innanzitutto, di smaltire le componenti accumulate in vista delle sanzioni, approfittando di quanto già disponibile e conosciuto prima di rivolgersi altrove. La progressiva diversificazione da parte di Huawei dei supplier lungo la catena di approvvigionamento è, difatti, tutt’altro che un mistero. Ma la vera novità è fornita dalla notizia iniziali: il gigante cinese può realizzare i propri cellulari facendo a meno delle componenti Usa. Ma la domanda che si pongono a The Verge è giustamente un’altra: chi li comprerà, poi, una volta che avranno oltrepassato la Grande Muraglia?