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Alla fine dei circa 92 minuti in cui si snoda il film Il Divin Codino su Netflix, la durata media di una partita di calcio, solo una domanda si fa strada nella testa: “Ma Baggio è davvero così depresso e involuto?”. No, perché chi vi scrive, insieme ad altri milioni di italiani e tifosi internazionale, ha sempre avuto l’impressione di un giocatore carismatico e sorridente, positivo anche nell’esternare le proprie fragilità, commozioni e scelte. Chi vi scrive l’ha vissuta con passione dal vivo l’epopea del divin codino: gli esordi, la Fiorentina, il grande smacco del passaggio alla Juventus, l’approdo alle antagoniste di sempre Inter e Milan, la rinascita che si innesta nel saluto finale con il Brescia di Mazzone. E poi i Campionati mondiali, gli Europei, il pallone d’oro, la moda tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 di acconciare i capelli ricci e lunghi sul collo, le magliette R. Baggio 10 con il mal riuscito logo della Figc, la confusione con l’altro Baggio, i tocchi di punta e i disegni rinascimentali con la palla in zone proibite ad altri giocatori, la velocità, l’estro, l’invenzione nel lampo di un secondo, il cambiare la partita in due minuti; il talento palpabile e coinvolgente contrapposto ai costanti dissidi in panchina, in spogliatoio e con gli allenatori. Abbiamo scritto la recensione de Il Divin Codino disponibile su Netflix sull’onda emotiva dei ricordi.

Eppure i 92 minuti del film trovano il loro fulcro nel Mondiale ’94 e centrano le attenzioni sul maledetto rigore, e sul “culo” di Sacchi (come l’ha definito a suo tempo Gene Gnocchi). L’allenatore è ritratto come una sorta di Dottor Stranamore del calcio dall’improbabile accento romagnolo (persino il dialetto veneto parlato dagli attori è a detrimento della credibilità perché fin troppo marcato). Più che un ritratto, viene da dire una macchietta, una caricatura fisica e verbosa che sembra improvvisata al momento per la totale assenza di nerbo. A essere sinceri, tutti gli attori del Divin Codino sembrano capitati sul set quasi per caso.

Il Divin Codino e Netflix

La totale assenza di empatia con chi guarda, la totale assenza di una storia e una trama che ritragga Baggio nelle sue vicende private (forse era questo il proposito?) scioglie come neve al sole l’entusiasmo del film, già minato dall’essere al cospetto di attori poco immersi ed espressivi. Baggio stesso è proposto come borderline tra uno stato ipodepressivo e una perenne indecisione su chi essere, cosa fare, dove andare, cosa volere. Senza focus. Viene da urlare per alzare il livello: “Vuolsì così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare”. Sempre meglio del reiterato e stucchevole messaggio dell’impegnarsi per diventare ciò che si vuole. In tutto questo parlare, si fosse anche visto qualcosa di calcio, salvo qualche sprazzo che sembra ricordare il filmato usato per la Var, non sarebbe stato male.

Nel Divin Codino non si parla di calcio. O, meglio, il calcio è sottostante al racconto di un personaggio che distrugge il mito a chi l’ha vissuto nella propria gioventù e ci ha costruito attorno simpatia e attaccamento. Un film che non spiega davvero il mito a chi, invece, ha ereditato solo gioie e vuole vedere le gesta di questo gigante, questo tesoro, questo emblema del calcio italiano, su Netflix proposto come una sorta puffo tontolone che guarda il pallone più che calciarlo. Sì, c’è il tema della rinascita dopo gli infortuni ma ci sono poche sparute gesta eclatanti, quelle che hanno reso unico Baggio. Che l’hanno portato ad alzare il pallone d’Oro a Torino mentre vestiva la gloriosa maglia Danone (non Upim, come nel film) della Juventus (a proposito, le squadre presenti sono una ignota iniziale che dovrebbe essere il Vicenza, la Fiorentina e poi il Brescia, oltre alla nazionale italiana. Le altre sono affondate nei giganteschi e gravi buchi di trama). Tanto per capirci, sapete quanti altri italiani prima e dopo di lui hanno avuto lo stesso riconoscimento? Cinque in totale: Baggio, Sivori, Rivera, Rossi e Cannavaro. Questo è il fulcro, non un rigore sbagliato.

Di calcio ce n’è poco, pochissimo. Probabilmente per limiti attoriali evidenti. Di buddismo tantissimo, e quindi che c’entra nel racconto del Divin Codino? Tanto se fosse intonato al resto; in questo contesto appare un tentativo di identikit psicologico ma risulta quasi una scelta reazionaria. In definitiva, alla resa dei conti ci si trova al cospetto di una cacofonia visiva e uditiva con poco senso e tanta supponenza. E i 92 minuti si chiudono con l’amaro in bocca, lo stesso che ha lasciato quella finale Mundial del ’94 con il rigore sbagliato clamorosamente. Io preferisco tenermi il mio ricordo di Baggio e proverò a dimenticarmi questa rappresentazione che vorrebbe essere poetica ma diventa patetica.

Tutto quello che è mancato nel Divin Codino in poco più di 11 minuti: