Huawei e Sunrise: raggiunta la velocità di 3,67 Gbps in 5G
Note 20 banner big

Non usa mezzi termini il Ministro per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli in una intervista a La Stampa in merito all’operazioni di lobby che gli Stati Uniti hanno esercitato nei confronti degli Alleati europei, tra cui l’Italia, sul bando alle soluzioni di Huawei per “motivi di sicurezza”. Nel virgolettato il Ministro non ha dubbi: il brand cinese dovrebbe avere un ruolo nello sviluppo del 5G in Italia. In risposta alla decisione del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) che aveva scelto di bloccare Huawei e Zte dal 5G. Tagliente la posizione di Patuanelli: “Risposta semplice: qual è l’alternativa?”.

Il Ministro è chiaro, lucido e perfettamente a suo agio nel ruolo di riportare l’attenzione sulle specificità della tecnologia e del mercato, evitando tortuosi discorsi che andrebbero a sfociare in logiche geopolitiche volute da Trump ma difficilmente sostenibili con fatti concreti. E così in modo pragmatico Patuanelli dice che “Huawei offre le soluzioni migliori ai prezzi migliori”.

Sì, perché “Non si può sventolare la bandiera del libero mercato con una mano e quella del protezionismo con l’altra. Abbiamo varato una normativa che garantisce la sicurezza nazionale. Detta condizioni agli operatori nei mercati sensibili, cioè Tlc. Con le giuste difese, la possibilità d’accesso non si discute”.

Huawei e il Copasir

Così Patuanelli raggiunge il duplice obiettivo di non congelare il piano di sviluppo con Ericsson sospinto dal Copasir e, al contempo, pone le basi per una sana competizione basata sul leggi di mercato. Il tutto quando in Tim è in corso il processo di selezione dei fornitori per l’aggiornamento e il miglioramento delle infrastrutture di rete; Huawei è uno dei partner potenziali.

Il contesto è tutt’altro che semplice, se si considera che Carlo Fraccaro, Sottosegretario alla presidenza del Consiglio (quota M5S così come Patuanelli), nei giorni scorsi aveva dichiarato: “Il Governo non potrà non tener conto della relazione del Copasir sui rischi della tecnologia 5G in tema di sicurezza nazionale”.

Ma cosa ha scritto il Copasir nel suo rapporto? Semplice: “Il Governo e gli organi competenti in materia” sono stati invitati a considerare la possibilità di “limitare i rischi per le nostre infrastrutture di rete, anche attraverso provvedimenti nei confronti di operatori i cui legami, più o meno indiretti, con gli organi di governo del loro Paese appaiono evidenti”. Il riferimento a Huawei si fa più evidente nel passaggio che dice: “in Cina gli organi dello Stato e le stesse strutture di intelligence possono fare pieno affidamento sulla collaborazione di cittadini e imprese”. Sono posizioni che fanno davvero venire i brividi, se si considera l’ambito e la fattispecie in cui avvengono, ossia in Italia e in un Continente nel quale nessun Paese ha vietato espressamente rapporti con aziende cinesi. Certe posizioni dovrebbero prevedere una consultazione a livello di Comunità europea e non si dovrebbe cedere alle pressioni di nazioni che stanno comodamente dall’altra parte dell’Oceano, le quali si limitano ad additare ma senza mai dimostrare alcunché. Dall’Italia ci si aspetta qualcosa di più e di diverso: quantomeno la richiesta di fatti concreti a supporto delle posizioni e delle richieste.

Esplode la polemica

La posizione di Patuanelli ha attirato le critiche di tutte le parti coinvolte. A iniziare da un morigerato vicepresidente del Copasir in quota Fratelli d’Italia Adolfo Urso: “Dispiace constatare che la risposta del ministro Patuanelli non tenga conto della relazione approvata alla unanimità dal Copasir, che ha specifiche competenze nel campo della sicurezza nazionale, in cui vengono anche considerate le ricadute tecnologiche e commerciali. Nella relazione viene anche evidenziato come la strategia delle aziende cinesi possa configurarsi come una sorta di dumping, aspetto che dovrebbe essere adeguatamente valutato dai competenti organi europei e internazionali”.

Il dumping è una pratica commerciale che è ampiamente collaudata e utilizzata in ogni appalto, soprattutto nella pubblica amministrazione, da decenni: si tratta di abbassare i costi della fornitura al fine di vincere la gara. Curioso che proprio su Huawei si punti il dito. In ogni caso, secondo Urso il Ministro non ha “letto l’intera relazione”.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha detto a RaiTre: “Il Copasir ha detto una cosa molto seria e un governo serio ha il dovere di verificare quelle preoccupazioni e mettere al primo punto la sicurezza nazionale. Non si può dire che non c’è un’alternativa, c’è un tema di sovranità italiana ed europea e va garantita”.

Secondo Alessandro Morelli, deputato della Lega e presidente della Commissione Tlc alla Camera: “La risposta del ministro Patuanelli sulla relazione Copasir dimostra superficialità su un tema fondamentale come la sicurezza nazionale. Si parla di mercato di fronte ad una dittatura comunista, la cosa farebbe sorridere se non fosse pericolosa”.

Tutte posizioni molto nette, decise e sicure. A fronte di prove mai fornite. Nemmeno laddove è partito tutto: dagli Stati Uniti, dal bando di Trump, mai supportato da riscontri fattuali sulle accuse di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale.

La posizione di Huawei

“Huawei è a conoscenza del contenuto del rapporto annuale di Copasir. Huawei ha sempre sottolineato che il dibattito sulla cyber security dovrebbe essere basato sui fatti e ha chiesto di dimostrare le accuse mosse all’azienda. Fino ad ora non sono state fornite prove. Considerando che in 30 anni di storia dell’azienda nel settore Ict, non si sono verificati incidenti relativi alla sicurezza delle reti, Huawei crede fermamente che qualsiasi accusa contro di essa sia motivata puramente da ragioni geopolitiche. Huawei è una società privata al 100% e Huawei Italia si attiene alla legge italiana. Nessuna legge cinese impone alle società private cinesi di impegnarsi in attività di cyber-spionaggio.

Gli avvocati di Clifford Chance, uno studio legale globale con sede a Londra, hanno concluso che la legge cinese non conferisce a Pechino l’autorità di obbligare i fornitori di apparati di telecomunicazioni a installare backdoor o dispositivi di ascolto o ad assumere comportamenti che potrebbero compromettere la sicurezza della rete. A causa della natura globale della catena di approvvigionamento escludere un’azienda in base a dove si trova il suo headquarter, non garantisce maggiore sicurezza alle infrastrutture.

Huawei comprende le preoccupazioni dei regolatori europei e italiani sulla sicurezza informatica. Un’Europa e un’Italia aperte, digitali e prospere richiedono un ambiente digitale sicuro e affidabile che risponda alle sfide di oggi e di domani. Pertanto, Huawei è aperta a collaborare con tutte le entità governative e fornire tutte le garanzie necessarie per consentire agli operatori di implementare rapidamente le reti 5G”.