Oscar 2020: il trionfo di Parasite, Joaquin Phoenix e Renée Zellweger

Succede che mentre l’Italia è trafitta dagli ultimi colpi di coda di un Festival di Sanremo che ricorderemo – se lo ricorderemo – soprattutto per i risvolti “trash” tanto cari ai social, negli Stati Uniti va in scena la 92esima edizione dei premi Oscar. Una manifestazione che, da noi, arriva sempre un po’ in sordina.

Sempre un po’ meno potente. Soprattutto se in gara non ci sono pellicole Made in Italy. Soprattutto se, come quest’anno, l’edizione non è ammantata da polemiche, guizzi d’invettiva, boutade e stranezze. Un po’ se come il cinema, da solo, e attori e registi tutti, da soli non bastassero a creare un atomo d’attenzione abbastanza magnetico.

Succede poi che per una cerimonia tutto sommato lineare (e senza un presentatore ufficiale), arrivi un film tutt’altro che scontato a sparigliare il mazzo. Ed ecco che allora le carte hanno la possibilità di ricomporsi – se non in un castello perfetto, almeno in uno che ci paia bello e originale.

Parasite – 4 Oscar: Miglior film, miglior film straniero, miglior regia, miglior sceneggiatura

È tarda notte in Italia mentre negli Stati Uniti Parasite fa incetta di premi. Il film è Made in Sud Corea (sì, gli Oscar sono premi tutt’altro che avulsi dalla politica e sì, il segnale è forte e chiaro) ed è scritto e diretto da Bong Joon Ho, che ieri sera ha avuto il fortunato compito di alzarsi ben 4 volte dalla sedia per ritirare le statuette come Miglior film, miglior film internazionale, miglior sceneggiatura e miglior regia.

Parasite è il primo film a portarsi a casa l’Oscar come miglior pellicola senza che gli attori parlino una parola in inglese. Non è vero, qualche parolina in inglese spunta qua e là. Ma non è questo il punto. Il punto è che Parasite vive in un universo altro, in una realtà che, se mai vista da vicino, viene da chiedersi se esista davvero. Ai profani dell’Oriente richiama a tratti certe scene fumose di qualche manga visto di sfuggita, i colori di certe insegne del negozio straniero all’angolo.

È tutto vero, e da qualche parte qualcuno sta vivendo quella vita. Solo che tu – europeo o statunitense bianco, di classe media, con un appartamento ai bordi del centro, un lavoro monotono e una televisione che tutte le sere ti inchioda al divano – fatichi a metterlo a fuoco. Fatichi a percepirlo come reale. E vale lo stesso per la parte opposta dello spettro, quella che vive di jet privati, case da migliaia di metri quadrati e fondi fiduciari. È una vita che sai che c’è e che ogni tanto gratta nel retro della tua testa come uno dei tanti sogni che ti sono proibiti, come un cancello che ti è vietato oltrepassare. Sai che c’è ma, in fondo, è come se non ci fosse.

Parasite racconta un po’ quella cosa lì, e tutto quello che c’è in mezzo: la denuncia sociale, la disparità che il mondo non potrà mai colmare, la supponenza mascherata da gentilezza, l’invidia, la tendenza dell’uomo all’opportunismo e allo sfruttamento. E molto altro ancora. Giù fino alle viscere e ai più biechi istinti che durano la frazione di un secondo. Troppo inumani per rubare anche solo una manciata di secondi al tempo dell’uomo.

Parasite parla di un tema così delicato e carico di rabbia grassroot senza sminuirlo sciogliendo una buona idea nel patetico di schemi calpestati da mille registi. Piuttosto, lo carica di una trama geniale e indovinata – di cui non sveliamo assolutamente niente – e di una costruzione della storia a incastri brillanti, che sembrano non dover mai terminare.

Una trama scaltra come scaltri sono i protagonisti. Una trama densa che permea tutto: dentro e fuori dallo schermo. Fin quasi a farti sentire gli odori e il disagio. Fin quasi a farti toccare il desiderio dei protagonisti di ottenere la bella vita degli altri, di smetterla di sgraffignarne di soppiatto qualche scampolo inutile e finalmente di viverla, piuttosto che sfruttarla.

Joaquin Phoenix, Joker – L’Oscar come Miglior attore

Dicono che Joker sia un film incentrato solo sulla figura di Joker – ma pensate un po’ – e sull’interpretazione magistrale di Phoenix. Un film a una voce sola. Quasi senza trama. Un monologo di denuncia continuo – verbale e non verbale. E che sì, insomma, per queste ragioni qui, la statuetta di Miglior film, a casa, non ce l’avrebbe mai potuta portare.

S’intasca invece quello per la Miglior colonna sonora, che di fatto era la cornice perfetta in cui è stato incastonato l’incedere allucinato del film e la discesa liberatoria agli inferi del suo protagonista.

La statuetta a Phoenix, invece, mette tutti d’accordo. Come il dolce a fine pasto, un tramonto al mare e l’ultimo fiocco di neve che si scioglie in città. Scontata, ma di quello scontato che vira piuttosto al sacrosanto. Non è un’interpretazione che capita tutti i giorni, la sua. Non capita nemmeno una volta ogni cinque anni, probabilmente. E per questo chissà, dopo mesi in cui il suo Joker è diventato un cult, ha sbriciolato lo schermo cinematografico e si è ricomposto tra le trame urbane e lì si è preparato a rimanere per fare la storia del cinema, forse l’Oscar sembra perfino stretto. Il riconoscimento più alto nel cinema, certo.

Ma ormai Joker gioca una partita tutta sua su un livello altro che anche solo a definirlo metalinguistico vien da ridere per la pochezza del concetto. Forse, la verità è che ancora dobbiamo capire cosa diventerà davvero il Joker del 2019 nell’immaginario collettivo.

Brad Pitt, C’era una volta a Hollywood – Miglior attore non protagonista

Il nono film di Tarantino regala un Oscar a Brad Pitt e conquista anche quello come production design. Sullo sfondo di una Hollywood anni Sessanta, la coppia Di Caprio – Pitt oscura per 161 minuti la storia di Charles Manson e Sharon Tate, che sta sempre sullo sfondo e cede il passo alla fantasia del regista. Brad Pitt interpreta Cliff Booth, autista, stunt man e tuttofare di Di Caprio.

Un duo non scontato ma con i tratti epici che solo due icone del cinema contemporaneo possono evocare. Un duo che, tra l’altro, fa spiccare Pitt e gli dona nuova linfa vitale dopo le ultime reali e personali tribolazioni, caricandolo di un’aura dissacrante che gli fa bene e ne impreziosisce la prova. Fino a condurlo per mano a un Oscar che finalmente gli conferma che no, non è troppo bello per essere anche di talento.

Gli altri premi

A Renée Zellweger va l’Oscar come Miglior attrice protagonista per Judy, dove l’ex Bridget Jones veste i panni di Judy Garland.
1917 torna a casa con fotografia, sonoro ed effetti speciali.
Miglior montaggio e sound editing per Ford vs. Ferrari e miglior attrice non protagonista a Laura Dern in A Marriage Story. A chiudere, Piccole donne vince nei costumi e Bombshell per il trucco.