Brittany Kaiser è l’ex direttore di Cambridge Analytica, la società che ha dato vita allo scandalo sull’intelligence non autorizzata dei dati personali su oltre 87 milioni di utenti Facebook. Su questo pasticcio si sta infrangendo l’immagine immacolata di Facebook ma anche di Google e di tutti quei servizi “gratuiti” che in realtà vivono raccogliendo e valorizzando le abitudini e le informazioni delle persone. In via del tutto anonima, s’intende, ma comunque tale da generare dinamiche che possono influire significativamente su eventi di grande importanza: nel caso di Cambridge Analytica si sta analizzando se possa aver davvero impattato sul voto negli Stati Uniti. In Italia è in atto una regolamentazione per penalizzare l’utilizzo di questi dati per fini commerciali e funzionali.

Nel caso degli States, sono in corso le audizioni al Senato per approfondire il dossier e arrivare a una conclusione con eventuale condanna. Alla sbarra è già passato Mark Zuckerberg. Di questi giorni l’audizione di Brittany Kaiser, seduta di fronte alla scritta “Rip stolen data” (Rip dati rubati). Stupisce che proprio lei, ex manager di Cambridge Analytica al centro dello scandalo, mandi un messaggio forte a Zuckerberg: è il momento di cambiare.

Kaiser non ha avuto remore nel dire che ci sono molti tasselli che compongono il puzzle generato nella società che dirigeva, molti dei quali hanno scopi politici ma ci sono anche elementi più piccanti. Addirittura uno dal nome “sex compass”, ossia bussola del sesso.

La manager non è stata nemmeno restia a richiamare aziende del calibro di Facebook, Google e Amazon dall’adottare un atteggiamento più etico in quanto il loro business si basa sull’accumulare miliardi spremendo i dati personali dagli utenti. Per assurdo, la Kaiser sta diventando una paladina della privacy: “Non sono una supporter della campagna #deletefacebook. Piuttosto penso che Google, Facebook e Amazon debbano essere riformati”.

Kaiser è anche al lavoro su un nuovo progetto chiamato Iovo (Internet of Value Omniledger) che ha l’obiettivo di aiutare le persone a capire quale sia il valore dei dati personali e a venderli alle aziende sopra citate, invece di barattarli per servizi gratuiti. Una sorta di Airbnb della privacy: ti concedo l’accesso alla porzione di me che ti serve purché io ci guadagni.

“Cari utenti di Facebook preparatevi a chiedere soldi al social in quanto vive dei vostri dati”.

Non paga, Kaiser continua sostenendo la necessità di un accordo diverso e più articolato tra utenti e fornitore dei servizi affinché i primi siano bene informati sui termini di privacy e sul valore dei dati raccolti. “C’è poca letteratura intorno alla raccolta delle informazioni sulle persone”, commenta la manager. Che stiletta Facebook: “Ha ammesso che 87 milioni di persone hanno avuto i profili compromessi; credo che si sita sottostimando la situazione”.

Cambridge Analytica ha tratto vantaggio dalla profilazione degli utenti della piattaforma di Zuckerberg. Lei sostiene che si tratta di una prassi che supera i confini fisici e temporali del social network perché ammette che “sono decenni che avviene questa pratica di raccolta dati per fini politici. Così funziona il sistema e non l’ho mai messo in discussione. Così funziona la pubblicità e la comunicazione di massa. Questo è il modo in cui molte industrie traggono ragione del loro business nel digitale. Capisco tutto e per questo voglio essere un elemento di rottura, una voce per cambiare rotta”.

Sempre di più, la nave su cui sono imbarcate alcune realtà del Web sta navigando in un mare tempestoso. Urge un cambiamento radicale, prima che le condizioni di navigazione siano davvero incontrollabili. C’è la devastante impressione che si sappia solo la punta dell’iceberg di tutta la faccenda.

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