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C’è un insorgere quasi viscerale tra gli utenti dei social. Un grido, ma scritto e ribadito, che risuona nella volontà di ciascuno con la stessa veemenza del celebre “barbarico Yawp” di Whitman. All’indomani della chiusura degli account sui social network di Trump e del blocco di piattaforme di podcasting, gli utenti trascendono e si sentono in obbligo di urlare (in senso metaforico, quantomeno limitatamente agli status sui social media) e di pretendere che venga difesa la libertà di espressione. E, come diretta conseguenza, la decisione di limitare o bloccare l’utilizzo di profili e applicazioni è posto come vessillo nella difesa della democrazia. Peccato che online non esiste democrazia e libertà di parola, sui social. Forse, esiste sul Web ma nell’ambito e nei limiti delle leggi di ciascun Paese. E, comunque, finché non si violano regolamenti e statuti etici e deontologici vergati volontariamente dalle piattaforme per autoregolarsi. A ciò si aggiunga che la libertà di parola ed espressione non è equivalente a usare i social a ciascuno come gli pare.

Per un semplice motivo, banale. I social, qualsiasi esso sia, sono gestiti da aziende il cui fine ultimo è evitare problemi legali nei Paesi in cui sono presenti per un motivo semplice: non intendono abdicare alla logica di business che si sono imposti. Non deve nemmeno trarre in inganno il fatto che la gratuità delle piattaforme equivalga alla libertà totale senza limiti e inneggi all’anarchia. Non confondetevi su questo punto. Meglio non fare confusione tra tutti questi princi, spesso utopistici e distorti. Piuttosto si parta dai fatti.

Per prima cosa i social media sono gratuiti perché il costo effettivo è sostenuto dalla pubblicità, generata dalla raccolta, aggregazione e analisi dei dati personali, che cediamo volontariamente e gratuitamente durante l’utilizzo. È il patto diabolico che si stringe nel momento in cui si crea il profilo: un’ampia, non totale, libertà, accesso “all you can eat” alle funzioni ma tracciamento costante di qualsiasi dato personale. Il quale, manipolato e processato, diventa un aggregato informativo per sostenere la piattaforma pubblicitaria che permette di usare gli strumenti disponili. Qualsiasi essi siano.

La forma di Governo impiegata è descritta in modo preciso nelle condizioni di utilizzo della piattaforma, qualsiasi essa sia. E, chi vi scrive, difficilmente la assimilerebbe alla democrazia solo perché ci sentiamo in diritto di scrivere ciò che vogliamo ovunque vogliamo. Anzi. Questa è la libertà di espressione, perealtro ampiamente tutelata in Italia dall’articolo 21 della nostra splendia Costituzione:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Quanto amo l’ultima riga di questo articolo. Ma torniamo al punto d’origine. la libertà di manifestazione del pensiero è perfettamente regolata dalle norme vigenti sulla piattaforma e che si intonano alla perfezione con le leggi locali. Un esempio: la diffamazione consiste negli atti con cui una persona comunica ad almeno altre due persone l’offesa alla reputazione di un terzo. “Tale comportamento può essere realizzato con qualsiasi mezzo e in qualunque modo, purché risulti idoneo a comunicare l’offesa alla reputazione altrui”. Dunque, con la cassa di risonanza offerta dai social network questo reato viene perfezionato talmente tante volte che potrebbe diventare un caso di studio. Così come l’apologia di fascismo in Italia è un reato: lo è anche sui social.

Ecco perché la libertà di parola si scontra con le leggi nazionali: inneggiare al duce sul social è un reato. Tutte queste piattaforme sono dotati di sofisticati sistemi di segnalazione per i contenuti pubblicati e ritenuti offensivi, lesivi, minacciosi, fraudolenti e contrari alle regole comportamentali e deontologiche previste dal social network che si sta utilizzando.

In altre parole, i social non sono la panacea della libertà di espressione o della democrazia: sono un ulteriore ambito nel quale le leggi nazionali sono valide e il perimetro è spesso anche più ristretto in virtù delle condizioni di utilizzo imposte dall’azienda che gestisce il social. Che, ricordiamo di nuovo, ha tutto l’interesse a mantenere sano e operativo il proprio business e a proteggersi attuando le scelte che ritiene più opportune nei confronti degli utenti che non rispettano i regolamenti e le condizioni d’utilizzo imposte. Nulla di più semplice.

Un esempio pratico: andare contromano in autostrada è nel pieno diritto di chiunque in Italia. È democratico e pienamente in linea con la libertà di espressione. Salvo non incontriate una pattuglia delle forze dell’ordine, nessuno vi impedirà di farlo. Però perfeziona un reato e un illecito rispetto alle leggi italiane e può causare incidenti mortali.

Purtroppo i social non sono democratici a partire dal registro delle condizioni d’uso che si sono accettate. Non di più, né di meno. Abbandonate l’utopia dell’ente sovra-statale che assicura la massima libertà senza alcuna conseguenza. È una scemenza. Pretendere la democrazia impone tanti diritti quanti doveri, proprio per natura stessa della forma di governo e per filosofia di ordine e organizzazione prevista. E la democrazia vive di pesi e contrappesi: equipollenza tra diritti e doveri dei cittadini.

Invece oggi si sparano parole senza criterio sul fatto che Trump sia stato bandito da questo o quel social network, oppure che altre piattaforme siano state bloccate. Non perché è Trump. Ma perché è un utente, in piena e cristallina esecuzione della democrazia, che ha ripetutamente e gravemente violato le regole di utilizzo degli strumenti privati (i social network) di cui ha fatto uso e le leggi del suo stesso Stato. Eh sì, i social media sono privati, non sono strutture pubbliche: per questo erigono perimetri regolamentari stringenti e hanno organi di controllo legali e comportamentali. Il fatto vero è che i social hanno ormai solide ramificazioni nel tessuto sociale da doversi assumere un ruolo molto più complesso e articolato della mera condivisione. E questo impone un’assenza etimologica della democrazia: il controllo è necessario perché sono società private con una chiara funzione pubblica.

Invece oggi si scambia la parresia con la libertà d’espressione. La parresia che ha radici dal greco antico e indica la libertà di dire tutto, ma anche ciò che si ritiene vero. Secondo Wikipedia: “un’incontrollata e smodata propensione a parlare”, con qualsiasi modalità e atteggiamento. Ebbene, non è questo. Primo perché ci sono leggi che regolano la libertà di espressione e la limitano qualora rechi danno ad altre persone o alle istituzioni. Secondo, perché i social network hanno regolamenti stringenti su quelli che sono i comportamenti ammessi e quelli sanzionabili fino al blocco e alla sospensione dell’account.

Vi basterà leggere le condizioni d’utilizzo per scoprirlo. Oppure un bel ripasso della costituzione italiana (https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_della_Repubblica_Italiana). Potete anche scaricarla qui: https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf I cui principi, i cui doveri e i cui diritti sono troppo spesso dimenticati. Anzi, volutamente portati all’oblio per sostenere artificiosamente le proprie idee. Dimenticandosi del senso reale delle leggi. Un po’ come quando si usa a sproposito il detto popolare: “Domandare è lecito, rispondere è cortesia”. Con la frase “rispondere è cortesia” non si indica che si sta facendo “una cortesia”, un favore, bensì che “rispondere” è la forma massima di educazione. Un altro comportamento cortese che si è perso nell’era dei social.