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Ci siamo svegliati domenica mattina con una sorpresa tutt’altro che gradita. La schermata qui di seguito è piuttosto esplicita in merito: dal prossimo rinnovo il nostro abbonamento di Netflix (espresso in dollari in quanto ci portiamo dietro un vecchio abbonamento sottoscritto negli Stati Uniti diversi anni or sono) diventerà ancora più salato. Pochi fronzoli: dagli attuali addebiti di 15,99 dollari previsti per il piano Premium, dal 22 dicembre prossimo dalla carta di credito saranno detratti 17,99 dollari ogni mese.

L’incremento si aggira intorno al 12%, che già di per sé urta. Urta per il solo fatto che è un incremento. Ma a fare inferocire è il combinato disposto dato dall’aumento imposto alla fine del famigerato 2020 in termini di produzioni cinematografiche. Certo, Netflix ha avuto un andamento altalenante e non si può criticare eccessivamente un servizio che ce l’ha messa tutta per tenere sempre alto il tono del catalogo. Per quanto possibile, vista l’impossibilità di girare a causa del Covid-19 e dei conseguenti rimandi.

Malgrado tutto, il 2020 di Netflix è stato più che soddisfacente, con un periodo di down proprio nel momento a cavallo tra la fine il lockdown e l’estate. Quando, cioè, la dipendenza da serie Tv era diventata più acuta a causa della clausura forzata e degli altri fenomeni sociali.

Netflix ha però ripreso quota da settembre, peraltro toccando picchi qualitativi cristallini. Soddisfacendo, quantomeno in parte, la voracità di serie avvincenti e di alto profilo in un anno che si è rivelato a due se non a tre velocità, laddove quelle minori sono state ingranate proprio nel momento in cui la fame di contenuti era maggiore.

E proprio quando il periodo peggiore sembrava essere superato, quando le serie hanno iniziato ad arrivare a profusione, quando si parla dell’arrivo di nuove attesissime stagioni che Netflix cala l’accetta sull’entusiasmo del consumatore. Con un mero pannello che si apre all’avvio dell’applicazione: due dollari in più al mese, ribadiamo per il nostro abbonamento che è figlio di una vecchia sottoscrizione negli States.

La frase di accompagnamento è acqua fresca sulla ferita profonda: “Stiamo aggiungendo nuove grandi possibilità di intrattenimento a Netflix così ci sarà di più per te con cui svagarti”. E in bella vista il tasto rosso: “OK”. L’alternativa? “Puoi sempre cancellare la sottoscrizione”.

Lo stesso messaggio ci compare passando dal sito web nel quale proviamo a raccapezzarci anelando a qualche informazione aggiuntiva. Nulla, se non che possiamo solo accettare facendo tap sull’Ok rosso sangue.

L’alternativa è rimodulare l’abbonamento. Sì, perché il Premium ci dà diritto a riprodurre i video in 4K (puro vezzo) e, soprattutto, guardare i film su quattro schermi in contemporanea. Chi ha figli può capire bene l’esigenza primaria di questa funzione. A 13,99 dollari al mese ci si accontenta dell’abbonamento Standard, con soli due schermi in contemporanea e si rinuncia al 4K, solo che dopo aver visto le serie in Ultra HD sul Tv diventa difficile rinunciare. L’abbonamento Basic in queste situazioni a 8,99 dollari al mese è striminzito: definizione standard, manco HD, e un dispositivo permesso. Nessuna strada, dovremo ingoiare i due euro in più al mese.

Che per Netflix, per quanto fastidiosi, sono ben spendibili. Cosa che invece sarebbe inaccettabile per Disney+. La tanto attesa piattaforma di streaming si è lungamente persa nel corso dei mesi passati e ora sembra recuperare attenzione con contenuti di altissimo pregio virati all’esplorazione dello spazio e film interessanti.

Netflix, voto: 8,5. Le altre piattaforme: Disney+ 4, Apple Tv+ 8, Prime Video 9, Rai Play 10

Il fatto è che l’applicazione made in Disney pecca su troppi fronti. La carenza prolungata di contenuti originali (per lungo tempo ci si è affidati a un catalogo vintage per impallinati di alcuni, pochi temi portanti) si è sommata a un’app in sé tutto sommato un po’ rudimentale.

Per esempio, in occasione di Halloween sono stati tanti gli spunti originali. Uno su tutti: le puntate dedicate dei Simpson raccolte in un un’unico contenitore. Gestito malissimo. Al termine della puntata di Halloween dei Simpson, si procedeva con la successiva della stagione in cui era stata programmata, non con quella successiva della raccolta “da paura”. Una superficialità marchiana risolvibile con poche righe di codice in più nella programmazione.

Le stesse che mancano oggi in iOS 14 quando si mette in pausa la riproduzione di un film. Per esempio The Right Stuff, che ogni tanto riprende in tutta autonomia quando si cambia applicazione. E non è l’unico caso.

E ci vogliamo dimenticare, volontariamente, della gestione del film Mulan, che prevedeva un ticket aggiuntivo, non affatto a buon mercato… e via discorrendo.

Non ci ha convinto nemmeno Apple Tv+, per quanto grandioso in termini di qualità di produzione e di funzionamento (da prendere a esempio), si è adagiato sugli allori con serie ben riuscite ma con poca frequenza di aggiornamento. Anche in questo caso, con l’arrivo di ottobre qualcosa si muove. Guarda che caso, proprio al termine del primo anno di presenza di Italia che è corrisposto con l’attivazione gratuita per 12 mesi a chiunque comprasse un nuovo device Apple a fine 2019. Tante le promesse di seconde serie e arrivi clamorosi per il 2021: messaggio subliminale per il rinnovo (spesso tacito) dell’abbonamento.

In tutta sincerità, Prime Video, a nostro avviso, nel 2020 si è dimostrato quello più affidabile e con un approccio “sincero” nei confronti dell’utente. Oltre a essere stato costantemente migliorato come funzionamento e resa grafica, ha potuto fregiarsi di un catalogo in ascesa con spunti intelligenti e interessanti. Beh “The Boys”, sia detto, è una perla rara e la scelta di “regalare” lo streaming di film destinati alle sale è un’altra mossa azzeccata da Amazon. L’aggiunta del noleggio a pagamento ha completato una piattaforma che si pone nei vertici delle preferite di chi vi scrive.

E se l’utente inizia a scegliere solo i mesi da pagare?

Solo che il 2020 si chiude con queste luci e ombre e nel 2021 la sfida sarà ancora più sferzante per le parti. L’immenso e gratuito catalogo di Rai Play è una variabile sempre più ingombrante, perché soddisfa pienamente tanto gli utenti senior (che ritrovano i grandi classici) quanto i più giovani (su tutti, Il Collegio). E non costa un euro. Così come Prime Video non ha un costo aggiuntivo rispetto all’abbonamento per Amazon Prime, quindi è pressoché trasparente.

Il giro di boa non è solo un costante incremento della scelta e della qualità, andando a soddisfare domande latenti, inespresse o mal soddisfatte (per esempio, “Lo chiamavano Trinità” si trova solo non ufficiale su YouTube; si ragioni su questo tipo di consumatore). Il giro di boa è anche giustificare il canone pagato, per Netflix, sommato a Disney+ sommato a Sky.

Non è il momento degli incrementi, è quello dell’incentivazione alla fedeltà. Con così tanti servizi di streaming disponibili, e molti all’apparenza o di fatto gratuiti, è più semplice adottare un modello “mordi e fuggi”: si paga nel mese in cui ci sono contenuti interessanti; nel frattempo si aspetta. E per le piattaforme addio all’agognata rendita annua.

Ogni tanto, non sempre, ma ogni tanto ricordatevi una cosa: si paga per avere un servizio, non per fare il login a un’app e passare più tempo a cercare qualcosa che a godersi lo spettacolo. Il tempo passato a sfogliare non è gratis: state pagando pure quello.