Ma quale iPhone X low cost. La vera rivoluzione è nell’Apple Watch

Sono passate poco meno di tre ore dalle battute finali della presentazione di Tim Cook, il Ceo di Apple che ha tenuto a battesimo i nuovi iPhone. Ampiamente confermate le voci della vigilia: due nuovi modelli di fascia alta e uno “economico”, se proprio vogliamo chiamarlo così.

Certo, ci vuole un bel coraggio a definire XR un prodotto “low cost”. Nonostante le anticipazioni di Cnet e dei siti made in Usa specializzati in materia di Mac, che si sono riverberate sotto forma di primizie su tutti i siti italiani, l’aggettivo “economico” è un esercizio di sostituzione semantica. Di “low cost” l’iPhone XR non ha nulla, ma proprio nulla. Stiamo parlando di 889 euro per il modello da 64 GB: seriamente?

Un’operazione per tenere basso il prezzo ottico ma a nessuno ci sentiamo di consigliare l’acquisto di un prodotto la cui capacità di storage è destinata a esaurirsi velocemente tanto quanto il carburante in un serbatoio di 50 litri all’interno di una monoposto di Formula 1. Dei 64 GB in realtà sono disponibili circa due terzi per l’utente: poco, in virtù del peso che hanno oggi le app, i contenuti multimediali e l’accumulo di dati. La dimensione ideale è 128 GB che è posizionata a 949 euro: con tutte le polemiche pretestuose e a volte pleonastiche che accompagnano i nuovi Android di fascia alta, con che coraggio si può scrivere che è un modello economico? Anche noi abbiamo usato questo termine, ma era ovviamente ironico, provocatorio.

Low cost solo nel display

L’iPhone XR non è un prodotto low cost, è un modello destinato ad attuare un’operazione rimandata di un anno: cancellare del tutto il tasto home e iniziare coraggiosamente la transizione all’interfaccia full screen affidata ai gesti invitando e incitando al passaggio generazionale tutti gli adepti del vecchio schema di comando. I tre nuovi modelli che succedono al primo X, che già l’anno si era capito sarebbe stata la base tecnologica del futuro per Apple, sono ferali per iPhone X, 6s e SE. Spariscono in un solo colpo tre smartphone che sono diffusissimi nelle tasche degli utenti.

Rimangono in schiera iPhone 8 e 7, per chi ancora si ostina a vivere nel passato. Se il primo passo è rappresentato dall’iPhone XR (il cui punto debole è rappresentato dal display con una risoluzione davvero da modello low cost) il vero punto di svolta sono i top di gamma iPhone Xs.

Il processore A12 Bionic evidentemente sfrutta il Cortex A76: Apple ha dichiarato avere 6,9 miliardi di transistor ed essere realizzato con geometria a 7 nm. L’architettura è forzosamente la più recente di Arm, la medesima che animerà il Kirin 980 e i prossimi Soc di Samsung e Qualcomm. La sfida dei processori si sta rapidamente spostando sulle unità neurali ad altissima specializzazione. L’engine di Apple sulla carta è un vero portento.

Esegue 5 triliardi di operazioni al secondo grazie alle otto linee di elaborazione parallela. Questo è il viatico conclamato che permetterà ai nuovi iPhone di avere un’interazione estremamente realistica con il mondo esterno, leggasi realtà aumentata. Per Apple è un segmento di mercato in forte ascesa, che determina un vantaggio competitivo importante rispetto agli altri smartphone. Lo smartphone diventa sempre più la porta di collegamento tra virtuale e reale e ciò che ancora manca è un’esperienza d’utilizzo real time con una resa grafica fotorealistica. Laddove questa unità è sfruttata principalmente per un ambito fotografico, Apple sta gettando le basi per l’evoluzione del touchscreen e dell’interfaccia grafica.

Machine learning e Watch

Sia ben chiaro, l’A12 Bionic è l’elemento focale anche per portare la fotografia a un nuovo livello di perfezionamento. L’obiettivo dichiarato è portare le fotocamere degli smartphone a offrire caratura da reflex professionale ma eliminando qualsivoglia complessità e tecnicismo all’utente. Apple spinge questo limite ancora più in là, nell’attesa di vedere le risposte degli altri due forti competitor (la prima arriverà già a metà ottobre). Ma il nuovo processore è anche votato al machine learning e ancora su questo fronte la società di Cupertino crea una spaccatura con il resto del mercato proponendo una piattaforma di sviluppo ML evoluta, articolata e pronta all’uso per rinnovare profondamente le app.

Certo se poi vogliamo limitarci a guardare solo i prodotti e non lo scenario connesso, va da sé che lo step evolutivo è stato enorme rispetto all’X. Le discussioni superficiali su notch o non notch portano a ben pochi sbocchi. Piuttosto si prenda a esempio come una necessità tecnologica sia diventata un trend estetico, e come il software sia stato ottimizzato per questa adattarsi a questa tacca e non a subirla. Android avrebbe molto da imparare…

In ultima analisi gli smartphone portano a maturazione una piattaforma introdotta nel 2017 con l’iPhone X e che vede il suo primo compimento esattamente un anno dopo. Il vero protagonista è stato il Watch. La Serie 4 finalmente è più orologio. Tanto da fare invecchiare in un colpo solo qualsiasi altro smartwatch in commercio. Il design è migliorato e ha reso il dispositivo indossabile meno “geek” e più fashion. Belle le nuove facce, ancora una volta la direzione intrapresa è quella di non fare rimpiangere il classico orologio da polso. Ma è la funzione per l’elettrocardiogramma a generare da sola la spinta all’acquisto. È una innovazione potentissima, per tutti, perché aiuta a estendere notevolmente la conoscenza del proprio organismo. Incredibile la portata di questa scelta: dalla possibilità di condividere il tracciato con il proprio medico, fino alla verifica autonoma dello stato di salute. Che non sostituisce l’elettrocardiogramma standard, quello dell’ospedale, ma aiuta in modo sostanziale a individuare e magari prevenire disturbi. Se poi avete dubbi sull’affidabilità, vi ricordiamo che lo smartwach è certificato Fda, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti che si occupa tra l’altro di regolare prodotti farmaceutici e medici.

In sintesi, la mossa di Apple è destinata a rivoluzionare il mondo dei wearable.

One more thing

Tutto bello, per carità. Però una parola sulla presentazione è d’obbligo. Ci permettiamo di dire: fin troppo sbrigativa, essenziale. Quasi un atto dovuto, un appuntamento di routine ma che sta perdendo in simpatia e trasporto. Non aiutano le dicerie che iniziano settimane prima e depotenziano il potere evocativo degli annunci di Apple. Vero. Tuttavia la percezione fisica che ci ha restituito il keynote di Tim Cook verte su due parole:

  • divertimento, i manager che si sono succeduti sul palco non sembravano divertirsi ma solo recitare un copione quasi di mestiere;
  • liturgia, si sono perse le dinamiche divertenti e tipicamente Apple. Chi vi scrive ha una certa nostalgia del colpo di scena che seguiva la mitica frase “One more thing”…

Apple iPhone Xs e Xs Max: potentissimi e anche dual Sim. Ecco l’economico XR