La pazzia degli Stati Uniti continua: bloccate Huawei in Germania, Giappone e Italia

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Prosegue senza timore di rendersi ridicoli la battaglia degli Stati Uniti contro i produttori di smartphone cinesi, in particolare Huawei. Una vera messinscena con poche luci e tante ombre. Una sorta di farsa in più atti che è iniziata la scorsa primavera, è continuata in estate con il tentativo dei legislatori statunitensi di bloccare la partnership tra Google e Huawei (ne abbiamo diffusamente parlato in questo articolo) e ha trovato momenti di assoluta comicità quando l’intelligence made in Usa ha invitato a non acquistare prodotti di Huawei per evitare di essere spiati (ne abbiamo parlato qui).

La progressiva perdita di senno delle figure politiche statunitensi è proporzionale a un ritorno del maccartismo in salsa social e a un protezionismo strisciante da film comico secondo una trama alla dottor Stranamore ma radicata nei tempi moderni. Ci sarebbe da ridere, se non fosse tutto vero. Una surrealtà che trova nuovo sfogo nel recente invito o richiesta, a seconda di come si intenda, da parte del Governo degli Stati Uniti a tutti gli alleati affinché smettano di usare Huawei.

Ora, il problema su cui Washington pone l’accento, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, è relativo a una iniziativa straordinaria per persuadere aziende, operatori telefonici e addetti ai lavori ad affidarsi alle infrastrutture cinesi per “potenziali pericoli di sicurezza e di spionaggio” da parte della Cina. Sotto accusa non solo gli smartphone ma anche e soprattutto le infrastrutture di rete attuali e in vista dell’arrivo del 5G, utilizzate nei Paesi sia a scopo commerciale sia per portare la connettività nelle basi e nei siti militari.

Un invito stranamente puntuale

L’invito è stato mandato per interposta persona attraverso le controparti governative a tutti i “Paesi amici” tra cui Germania, Giappone (chiamare “amica” una nazione che è stata annientata da ben due bombe atomiche rientra nel classico schema della sostituzione semantica tipica del popolo americano) e Italia. Ovviamente ci siamo anche noi: i nostri alleati d’Oltreoceano si ricordano dello Stivale solo quando fa comodo a loro calzarlo e sfoggiarlo. In questo caso siamo addirittura un tassello chiave, in quanto alleati Nato, ospitanti basi aeree e balistiche e, soprattutto, essendo il secondo Paese al mondo per quota di mercato di Huawei (dopo la Cina).

L’amarezza regna sovrana in questo banale atteggiamento non già volto a preservare la sicurezza degli Stati Uniti, ma soprattutto a boicottare a livello commerciale aziende che stanno crescendo troppo rapidamente in altri Continenti e per cui non bastano due Oceani per bloccare la domanda dal basso dei consumatori. Tant’è che la principale preoccupazione non risiederebbe nella scalata in corso di Huawei nei confronti di Samsung (a cui è del tutto indifferente il Governo Trump), quanto piuttosto alla debole domanda di smartphone di produttori made in Usa, vedasi Apple.

Guarda che caso, la sollecitazione arriva in un momento in cui gli iPhone faticano e Huawei è in libera ascesa in tutti i Paesi, soprattutto quelli indicati dalla sollecitazione di Washington. L’ipotesi che utilizzando apparati cinesi si possano semplificare le operazioni di intelligence da parte della Cina è ridicola. In modo particolare detta da un Paese, gli Stati Uniti d’America, che hanno fatto di questa attività un asset politico, commerciale e finanziario portante e di vitale importanza per il successo complessivo del sistema United States.

Risposta eclatante

L’ideatore di questa “campagna di sensibilizzazione” è nientemeno che Trump, a cui fa eco il vertice dell’Fbi rappresentato da Chris Wray: “Le apparecchiature Huawei consentirebbero di modificare o rubare informazioni e fare spionaggio senza essere scoperti”. Se si inseriscono questi concetti in una visione di Paese che vive di intelligence perlopiù clandestina, c’è da domandarsi se davvero non si rendano conto della inconsistenza intrinseca di ogni ulteriore ragionamento.

Huawei è perfino cortese nel rispondere che è “sorpresa dai comportamenti del governo statunitense”, soprattutto è stimabile che l’azienda faccia notare una realtà sacrosanta: “Se il comportamento di un Governo si estende oltre la propria giurisdizione, tale attività non dovrebbe essere incoraggiata”. Applausi.

 

I legislatori degli Stati Uniti contro la partnership tra Google e Huawei: ritorno al maccartismo