Vogliamo tranquillizzarvi con questo articolo in merito alle mille elucubrazioni che sono state pubblicate sui social, sui blog e su siti di varia natura: il sito per il reddito di cittadinanza non è pericoloso in alcun modo. Anzi. Per una volta un sito governativo ha fatto le cose per bene. Il portale Redditodicittadinanza.gov.it non solo è sicuro e privo di tracker, ma persino ben fatto. Tutto il clamore alzato da Matteo Flora, ripreso con troppa fretta da più testate e sospinto dall’intervista di Wired (colleghi forse troppo innamorati di dare sfogo a teorie complottistiche), per fortuna è stato sedato e annullato dal sempre preciso e puntuale Roberto Pezzali che firma la spiegazione (vera e corretta) su Dday.it.

Scrive Pezzali: “Paradossalmente ci troviamo davanti ad uno dei pochi siti online per i quali non è presente neppure un tracker proprietario: scavando nel codice e decompilando (o meglio, passando i file con un beautifier che li rende leggibili, javascript non è compilato) i file javascript non c’è traccia di un qualsiasi sistema (client-side, server non si può sapere) che tenga conto di quanti hanno avuto accesso e chi sono questi visitatori. Nemmeno il Governo conosce questi dati, figuriamoci Microsoft o Google”.

Un errore di logica

Matteo Flora scrive sul suo blog (https://mgpf.it/2019/02/04/reddito-di-cittadinanza-regalati-a-google.html) poi ripreso da Wired (https://www.wired.it/internet/web/2019/02/05/reddito-cittadinanza-sito-google-microsoft) che il sito per la richiesta del reddito di cittadinanza è stato scritto da “un programmatore confuso come un camaleonte in una stanza piena di coriandoli”.

Non pago, sulle pagine si leggono frasi secondo cui chi ha programmato il portale ha scelto di usare i font di Google “approfittando di una scorciatoia per lavorare un po’ meno” e questo ha “permesso ai programmatori di risparmiare un paio d’ore di lavoro, ma ha aperto le porte a Google che ora potrà potenzialmente raccogliere dati e profilare gli italiani alla ricerca di informazioni sul reddito di cittadinanza”.

Infine, sempre Flora in una sciorinata libera di apprezzamenti vari spiega che “nell’ultima versione del portale compare Microsoft Azure che probabilmente serve a trasmettere i filmati caricati online”, facendo trasparire che persino la società di Redmond potrebbe beneficiare della raccolta dati. Da qui la conclusione: “è stata data la possibilità terzi di controllare il flusso di dati che transitano sul sito del reddito di cittadinanza. E nessuno degli utenti ne è stato informato”.

I dati veri

Peccato che poi Roberto Pezzali si è messo a spacchettare per bene il sito e ha scoperto una serie di cose del tutto contrastanti con queste teorie. Tralasciando gli approfondimenti su licenze e tecnicismi (https://www.dday.it/redazione/29612/il-sito-del-reddito-di-cittadinanza-non-regala-a-microsoft-e-google-nessun-dato-dei-cittadini-poveri), si possono evincere una serie di elementi che contrastando con le teorie viranti sui facili bersagli e sempre forieri di clamore gratuito Microsoft e Google.

Spiega Dday che “l’uso delle font di Google non richiede autenticazione e nessun “cookie”, ovvero nessun elemento tracciante, viene inviato a Google. L’unico evento che si scatena quando un utente apre una pagina che usa la font di Google è una richiesta di “get”, ovvero lo scaricamento di un piccolo file contenente appunto i caratteri. I server che Google usa per le font non sono gli stessi che usa per i suoi servizi, quindi non può essere creata alcuna correlazione tra chi scarica quella font e chi sta usando altri servizi, come la mail di Google”. 

E conclude dicendo: “Google non ha modo di tracciare gli utenti che accedono al sito e neppure il sito invia dati dei visitatori a Google: se un utente non ha le font nella memoria del browser le scarica dai server di Google, ma il tracciamento è un’altra cosa. Insomma, una polemica costruita più che reale. Il 90% dei siti usa le font di Google, sono gratuite, veloci, belle e pronte da usare, e sono il servizio più innocuo che possa esistere”.

Mentre per quanto riguarda Azure “non c’è traccia del plugin di analytics: si comporta come un semplice riproduttore di file video anonimo. Nessuna chiamata parte quando si inizia la riproduzione”. 

Conclude Pezzali: “Il sito del Reddito di Cittadinanza non regala dati, non profila nessuno e non permette certo a Google e Microsoft di tracciare i meno abbienti. È una favola, o fake news per restare in tema”. Applausi a scena aperta.