Nuovo capitolo della battaglia personale intrapresa da Trump nei confronti della Cina. Questa volta la palla è alzata da Huawei e schiacciata dal suo fondatore: Ren Zhengfei, la cui figlia Meng Wanzhou era stata tratta in prigione in Canada a fine 2018.

Zhengfei, dopo aver precisato che sente la mancanza della figlia ancora in balia degli eventi per una teoria non ancora verificata di aver intrattenuto rapporti con aziende iraniane violando l’embargo, spiega di “non avere mai ricevuto alcuna richiesta da nessun governo per fornire informazioni improprie”. L’acchito è di quelli decisi: Ren nell’intervista al Financial Times precisa subito che non si sono intelligence surrettizie in atto.

Anche perché il fondatore di Huawei spiega di “amare molto il mio Paese e supporto il partito comunista, tuttavia non avrà mai nulla a che spartire con qualsiasi tipo di minaccia verso nessun Paese al mondo”. Il manager, prima di fondare il colosso cinese nel 1987, è stato un ufficiale militare e ha sviluppato un atteggiamento “low profile”, nonostante possegga una quota azionaria pari all’1,14%.

Tensioni tra Pechino e Ottawa

La linea tra la Cina e il Nord America si fa sempre più rovente: in seguito all’arresto di Meng, il Ministro cinese per gli Esteri aveva definito l’accaduto un “abuso di procedure legali”. Nelle scorse ore Pechino ha sfidato Ottawa incriminando un cittadino canadese per spaccio di droga. Questo non ha di certo avuto un evento benefico sulle relazioni.

Sono solo gli atti più recenti di una vicenda che affonda le radici a oltre un anno fa e che nel corso del 2018 è stata costellata da numerosi attacchi dell’amministrazione Trump. Attacchi volti principalmente a Zte e Huawei: la prima ha dovuto addirittura stoppare le proprie attività di business; la seconda si è vista chiudere progressivamente le porte all’ingresso degli Stati Uniti. Trump ha inoltre invitato gli Alleati a non utilizzare le infrastrutture di rete di Huawei e possibilmente nemmeno i dispositivi mobili. In tutti i casi il Presidente made in Usa ha propagandato su rischi alla sicurezza e alla privacy dovuti all’azione di spionaggio compiuta ai danni delle persone attraverso le reti cellulari e gli smartphone.

La partita del 5G

L’accusa macro è che la Cina stia attuando manovre di intelligence a livello globale passando per i prodotti firmati, tra gli altri, da Huawei. La risposta di Ren è chiara: “Nessuna legge in Cina obbliga le aziende a installare funzioni che permettano di spiare”. Tanto che, spiega il fondatore di Huawei, l’azienda “non ha avuto alcun incidente di sicurezza”.

Sul tavolo si sta giocando la partita del 5G, una commessa di inestimabile valore per chiunque costruisca network. Anche in questo caso non ci sarebbero rischi: “C’è sempre la possibilità di non poter lavorare con tutti (…) vorrà dire che sposteremo il nostro focus sui Paesi che seriamente danno il benvenuto a Huawei”, precisando che sono già attivi oltre 30 contratti per le reti 5G in varie nazioni.

Trump un “grande”

Ren chiude la sua intervista in modo politico e propedeutico. Descrive Trump come un “grande” e si complimenta per aver tagliato le tasse, un’ottima notizia per “l’industria americana”. E chiosa porgendo la mano al Presidente: “Il messaggio che voglio comunicare agli Stati Uniti è: collaborazione e condivisione dei successi. Nel nostro mondo della tecnologia, è sempre più impossibile per un singolo Paese sostenere e supportare i bisogni dell’intero mondo”.

 

Huawei vuole le prove delle accuse di spionaggio mosse dagli Stati Uniti