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È la classica goccia che fa traboccare il vaso, che contiene i social newtork, la decisione del Garante della privacy di bloccare con effetto immediato l’utilizzo di TikTok agli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica. Per completezza informativa, l’Authority è intervenuta d’urgenza in seguito alla terribile vicenda della bambina di 10 anni di Palermo, che ha perso la vita mentre partecipava a una challenge online.

Prendiamo il caso di TikTok. In Italia il Garante nelle scorse settimane aveva già contestato una serie di violazioni: scarsa attenzione alla tutela dei minori; facilità con la quale è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni; poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti; uso di impostazioni predefinite non rispettose della privacy.

Il tema centrale è uno: bisogna tutelare i minori nei confronti delle piattaforme social con le quali è impossibile verificare con “assoluta certezza” l’età. Il rispetto “delle disposizioni collegate al requisito anagrafico” è fondamentale, perché i social network sono strumenti per persone adulte che troppo spesso e volentieri sono lasciati in mano a bambini, o poco più, senza alcun controllo. Sono percepiti alla stregua di un gioco, anzi di un video di Peppa Pig, senza che i genitori si rendano conto della pericolosità potenziale derivante da queste app: tra cui, emulazione, isolamento, acquisizione di fake news come dati di fatto e comportamenti omologati su uno stereotipo. E stiamo facendo di tutto per non nominare espressamente i grandi problemi: il cyberbullismo imperante e la creazione di echo chambers che alimentano idee e comportamenti spesso discutibili.

Siamo noi adulti a essere chiamati urgentemente a comprendere cosa siano davvero chat, social, piattaforme e annessi e connessi. Per trasmettere ai figli gli anticorpi necessari. Altrimenti la lodevole azione del Garante della Privacy e degli altri enti sono solo piante da frutto sul terreno arido dell’ignavia, che rimangono senza alimento a causa della non comprensione di quanto questa parte di vita dei minori, la loro esistenza parallela social, sia tanto e forse più importante di molte altre cose. Proprio perché è nascosta, privata e impalpabile. Quindi sfuggente e silenziosa. Ma troppo spesso pericolosa, più di quanto si possa pensare. L’anticorpo è il dialogo: il confronto aperto, con il controllo se necessario.

I binari paralleli dei social

La questione va trattata su due piani. Da una parte i social network come aziende, con conseguente responsabilità sociale e legale. Dall’altra la gestione degli adulti nei confronti dei minori.

Solo che gli adulti, essi stessi per primi, usano i social network in modo incosapevole dei pericoli. Si sono trovati con questi strumenti a disposizione nell’età ormai matura del loro percorso di vita, quindi li hanno approcciati emulando comportamenti sociali già noti. Solo inframezzati e potenziati dal contesto digitale, che offre al contempo maggiori libertà (apparenti, non reali) e un comodo scudo (apparente, non reale), con cui arrivare a esasperare idee, modi, parole e ragionamenti. Per questo sono entrati così velocemente nel tessuto sociale, si sono infilati negli anfratti che separavano fisicamente le persone e hanno offerto un collante comodo, pratico, divertente e onnipresente per rimanere in contatto con amici e familiari, condividere, osservare gli altri, seguire le proprie passioni, mostrarsi, esaltarsi e convalidare qualsiasi ipotesi si voglia.

Gli adulti iniziano, forse, a rendersi conto solo oggi, dopo una decina d’anni abbondanti, che ci sono dei pericoli e delle insidie annesse all’utilizzo di queste piattaforme. E hanno, o dovrebbero avere, la maturità necessaria per imparare dagli errori, creare anticorpi, migliorare in senso più maturo l’utilizzo. Anche questo fa parte dell’evoluzione: più a livello cerebrale che fisico, ma richiede tempo.

I social sono una spinta evolutiva comportamentale e cerebrale

In questa latenza si innestano i ragazzi, che sono nati insieme ai social, li hanno visti usare dai genitori e perciò, così come per la Tv e la radio in epoche passate, per loro sono la normalità. Dunque sono parte integrante di un modo di relazionarsi, comportarsi, apprendere e ispirarsi. Hanno già fatto il passaggio evolutivo dei genitori ma senza gli anticorpi, che dovrebbero arrivare dagli adulti. In mancanza di questa relazione biunivoca di utilizzo dei minori e controllo dei genitori, basata sul dialogo, sul controllo e sulla fiducia (non a prescindere ma come percorso di conoscenza reciproca tra genitori e figli), si generano situazioni difficili, irrecuperabili, impensabili, insopportabili.

Dunque giusta ma tardiva l’azione del Garante della Privacy. Che dovrebbe però essere intonata con altri enti per dare vita a un corpus formativo, culturale e di controllo che imponga codici etici, deontologici e legali da rispettare strettamente, senza possibilità di aggirare la loro presenza.

Questo porta al secondo aspetto della questione: i social sono aziende. Senza fare di tutta l’erba un fascio, però è abbastanza acclarato che il modello di business si basa sull’incremento costante della base di utenti per generare fatturato diretto o indiretto dalle partnership con aziende, influencer e industria. Intanto un guadagno ce l’hanno fin dalla prima iscrizione: si prendono il diritto di tracciare qualsiasi cosa facciamo, trasformando questi dati in profili comportamentali e aggregando il tutto in big data che supportano le campagne pubblicitarie. Robette da miliardi di euro di introiti.

Il Garante della Privacy ha riportato al centro la distonia tra strumento privato per utilizzo pubblico e responsabilità aziendale. I social sono una piattaforma privata, impone regole e perimetri di utilizzo che, se violati, portano alla sospensione e all’annullamento del profilo. Scelte fatte dal social-azienda stesso, come nel caso di Trump. Perché seppure hanno questo ruolo sociale e culturale, si opera sempre in un ambito privato, aziendale e con obiettivi di business ben precisi. Nulla è vostro in questa bolla virtuale, è come essere costantemente in un appartamento il cui affitto è pagato con la vostra attività e i vostri dati. Se si violano le regole di convivenza del condominio, si è bannati.

Ancora una volta, il motivo è che sono società private, con regolamenti ispirati ad allinearsi alle leggi nazionali nei Paesi in cui sono presenti ma processati da organi interni, che hanno un potere, su queste piattaforme, quasi definitivo in virtù dell’accettazione dei regolamenti di utilizzo. Non mancano ammortizatori e sistemi di appello e ricorso sulle decisioni prese da questi organi, che si attengono strettamente ai regolamenti interni e alle leggi del Paese.

La famiglia: dal dialogo alla percezione reale del rischio

Questo vale tanto per i social network quanto per le piattaforme di chat. Le aziende che stanno dietro a questi sistemi assicurano un ampio margine di azione, finché non si violano le leggi e non si perfezionano fattispecie di reato. Si veda il caso di Telegram con i gruppi più spinti o di diffusione di materiale protetto da copyright: vengono bloccati oppure sono continuamente individuati e denunciati dagli organi competenti. La libertà assoluta non esiste, né nella vita reale né nei social.

Regole che però i social stessi permettono, con indulgenza nei propri confronti, a volte di aggirare. Come nel caso di TikTok di non attuare stretti controlli sull’età effettiva minima degli utenti iscritti. Il social non può fare altro che fidarsi delle informazioni autocertificate dall’utente. Sono i genitori ai quali, secondo il codice civile, è imposto il dovere “al mantenimento all’istruzione e all’educazione”. Ovvero, mantenimento e istruzione “costituiscono delle manifestazioni tipiche, traducibili in specificazioni ulteriori, come il dovere di custodire il figlio, evitando che arrechi danno a sé o a terzi, oppure il dovere di correggerlo”.

TikTok è un media, è un’azienda ed è una personalità giuridica con obblighi e doveri legali. Il primo fra tutti controllare l’esattezza dei dati e prevenire illeciti regolamentari. Ma non è la causa delle tragedie, è solo il mezzo. Sono i genitori ad avere l’obbligo di rendersi conto di cosa sono e cosa rappresentano i social network per se stessi e per i propri figli, nativi digitali che hanno nel sangue l’uso immediato e spontaneo di questi strumenti. Lo impone la legge, lo impone l’obbligo genitoriale.