La nevrosi negli States sta raggiungendo traguardi impensabili. L’ultimo in ordine di tempo: i legislatori born in Usa hanno scritto nientemeno che al Ceo di Google per illustrare le loro preoccupazioni in merito alla partnership con Huawei.

L’alienazione dalla realtà sembra essere un disturbo dilagante oltreoceano, soprattutto quando si somma alla volontà strisciante di attuare un protezionismo di fatto e alla perenne voglia di semplificare la vita ai brand locali (in un campanilismo che manco in Italia). In altre parole, il Congresso degli Stati Uniti ha scritto direttamente a Sundar Pichai per esprimere dubbi, perplessità e paure legate alla stretta relazione tra il brand cinese e il partito comunista cinese.

Sì, avete letto bene: nel 2018, con tutto il bagaglio storico del XX secolo, negli Stati Uniti usano ancora la propaganda anticomunista per creare fantasmi e alzare gli scudi. Ieri su altri fronti, oggi sfruttando la tecnologia.

Tant’è che non è ben chiaro a cosa si riferisca nello specifico il Congresso, in quanto usa termini altisonanti e che afferiscono a concetti nell’universo dei massimi sistemi.

Nella missiva firmata da diversi legislatori si legge che (volutamente tradotto cercando di rispettare le sfumature inglesi):

«Le compagnie di telecomunicazioni cinesi, come Huawei, hanno un legame estensivo con il Partito Comunista Cinese. Come risultato, la partnership tra Google e Huawei potrebbe mettere a serio rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei consumatori americani»

La partnership nient’altro è che l’annuncio secondo cui Android Message è diventata l’app di default sugli smartphone di Huawei per la gestione della messaggistica. In un altro passaggio c’è scritto quanto segue, parlando direttamente al Ceo Pichai:

«Ti poniamo in essere l’urgenza di riconsiderare la partnership tra Google e Huawei, in modo particolare dato che la tua compagnia ha di recente rifiutato di rinnovare la partnership di ricerca (Project Maven) con il Dipartimento della Difesa (…) Nel momento in cui ci rammarica prendere atto che Google non vuole continuare una lunga e fruttifera tradizione di collaborazione tra le aziende militari e tecnologiche, siamo ancora più delusi nell’apprendere che Google apparentemente ha più interesse a supportare il Partito Comunista Cinese rispetto ai militari degli Stati Uniti»

La lettera si commenta da sola. Ogni nostra parola aggiuntiva è pleonastica nel delirio maccartista evidentemente preso da un gruppo di firmatari del Congresso. Un ritorno al passato, con illazioni ben poco implicite ed espliciti sillogismi da guerra fredda sul supportare i comunisti invece degli eroi locali. Logiche vecchie, stantie ma che (quasi a fugare ogni dubbio) sono ancora parte integrante del Dna statunitense e di pratiche protezioniste votate a introdurre dinamiche anticompetitive.

Il discorso non fatto, ma individuabile come un filo rosso subliminale nel ragionamento, è tutto incentrato nella forza di mercato che sta acquisendo Huawei. Brand peraltro poco presente negli Stati Uniti ma con un potenziale di vendita enorme. Tanta è la paura che il brand possa andare a intaccare la stabilità delle vendite interne di altri brand locali, che è meglio proteggersi con un po’ di sana campagna mediatica basata sulla denigrazione e il detrimento. Era già iniziata tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 (ve ne abbiamo dato testimonianza in questo articolo), tuttavia ora sta assumendo toni davvero esagerati.

La lettera è l’ennesimo attacco fuori luogo e fuori mira per bloccare Huawei. Per attuare manovre laterali al fine di evitarne l’arrivo in modo forte e stravolgente sul mercato. Certo, poi si può sventolare la bandiera statunitense e fare leva sulla persistente paura di essere spiati, dei dati che viaggiano incontrollati verso la Cina, la Russia, i comunisti e gli avversari mondiali degli Stati Uniti. Molto semplice creare il feticcio, lavorare sulle suggestioni. A rimetterci però sono aziende e persone, i prodotti e la libera concorrenza sul mercato, la libertà e la democrazia di fatto. Per il Paese che si ammanta di essere il più libero al mondo, è quasi un ossimoro.

Soprattutto per il Paese che da sempre (ci si legga bene il caso Snowden, nel caso) raccoglie informazioni su qualsiasi cittadino mondiale attraverso qualsiasi mezzo per via del Patrioct Act e della “necessità di essere protetti contro i nemici esterni” (definizione fumosa). Pratica non bloccata ma semplicemente congelata e limitata dall’amministrazione Obama. Ancora una volta, per il Paese che vive spiando il mondo in modo illecito e incontrollato, è un atteggiamento ossimorico.

E la lettera che sembra essere firmata da un redivivo Senatore McCarthy è solo l’ennesimo passo in un percorso forse già deciso altrove. Si vede già all’orizzonte l’investigazione del Dipartimento di giustizia. Tanto per cambiare.

“State lontano dagli smartphone Huawei”: l’intelligence Usa perde il senno