Huawei vuole le prove delle accuse di spionaggio mosse dagli Stati Uniti

Riassunto delle puntate precedenti: dal Ces 2018 gli Stati Uniti nel loro senso più ampio della sfera di influenza stanno boicottando le aziende cinesi che operano o tentano di operare sul loro suolo. Ci sono andate di mezzo Huawei e Zte, quest’ultima con diversi mesi di stop delle attività in virtù delle forti perdite causate dal boicottaggio. Huawei ha dapprima visto sfumare l’accordo con un operatore per distribuire il Mate 10, poi è stato un continuo attacco per le esternazioni di Trump o la indicazioni strategiche degli Enti, che hanno più volte propagandato sulla pericolosità di utilizzare i dispositivi cinesi in quanto si aprono le porte alle spie che si affollano sull’altra sponda dell’Oceano Pacifico.

La crisi, che assomiglia più a una guerra fredda, si è scaldata con il recente fermo di polizia della responsabile finanziaria di Huawei, peraltro figlia del fondatore dell’azienda. Rilasciata il giorno dopo. Comunque è una vicenda dai risvolti intricati, che affondano nella politica, nel commercio (la guerriglia di dazi tra Stati Uniti e Cina con relative tensioni è un argomento scottante) e nel futuro della connettività. Sì, perché tra le altre cose, Huawei è un pezzo pregiato sulla scacchiera dialettica tra le due super-potenze, entrambe in lizza per la dominazione commerciale e l’influsso di potere dei prossimi anni (basta scorrere l’elenco delle aziende più capitalizzate al mondo per scoprire che la top 10 è fatta di brand statunitensi o cinesi). Soprattutto Huawei è uno dei principali costruttori di infrastrutture 5G, le reti del futuro che daranno vita alla prossima grande rivoluzione: l’affermazione della cosiddetta Gigabit society come vi abbiamo descritto ampiamente in questo articolo.

Una partita apertissima

Quella del 5G è una partita di vitale importanza, perché si giocano le carte dell’accesso a banda larga a Internet globalizzato, standardizzato e accessibile. Chi installa gli impianti ha il vantaggio delle commesse e del controllo della tecnologia che decreterà l’evoluzione dei dispositivi, del mercato, della connettività, dell’Iot e delle città per i prossimi tre lustri.

In questo contesto così articolato e tutt’altro che esplicito, fatto di grandi tensioni sotterranee ed enormi interessi in ballo, Huawei sta pagando le conseguenze più evidenti. Gli Stati Uniti hanno provato a persuadere gli Alleati a bloccare la diffusione dei prodotti con il sole nascente: alcuni hanno accettato di aderire a questo bando. Per esempio l’Australia e il Giappone li hanno esclusi dagli appalti pubblici delle infrastrutture; l’Inghilterra e la Germania ci sta pensando seriamente; notizia di questi giorni è che anche tra gli operatori telefonici italiani sono comparse facce dubbiose sul da farsi. Questa situazione non lascia tranquilli i nostri gestori e l’operazione di lobbying attuata dal potente alleato sta scalfendo la roccia come la goccia che cade.

“Vogliamo le prove!”

In alcuni luoghi di potere si sta meditando se affidarsi a Huawei per le celle telefoniche oppure sondare la strada di altri fornitori; la misura in cui ciò impatterà anche sul fronte consumer è tutta da verificare.

Tutta questa rincorsa per fare il salto e dire che non poteva attendere la risposta ufficiale alle pratiche diffamanti degli States. E arriva dal quartiere generale di Huawei, precisamente dall’ufficio del Deputy Chairman Hu Houkun (già noto come Ken Hu). Alle tante boutade statunitensi, l’azienda risponde in tono sfidante alle accuse di attuare attività di spionaggio e di essere un rischio per la sicurezza: “Vogliamo le prove!”.

Ken Hu introduce un concetto di accuse basate su fatti “ideologici e geopolitici”: “Se avete prove ed evidenze, dovete mostrarcele. Forse non a Huawei e forse non in pubblico, ma agli operatori telefonici, perché sono loro ad acquistare i prodotti di Huawei”.

Hu non usa il fioretto e punta dritto alla questione, criticando duramente (e come poteva essere altrimenti?) le decisioni di Australia e Nuova Zelanda di bandire le infrastrutture 5G prodotte da Huawei, perché questa mossa potrebbe “danneggiare i consumatori in virtù dell’innalzamento dei prezzi e del rallentamento nell’innovazione”. Secondo Hu affidarsi a infrastrutture diverse da quelle di Huawei porterebbe l’Australia a investire dal 15 al 40% in più nelle reti 5G.

E ancora: “Non ci sono mai state evidenze in merito ai rischi di sicurezza posti dai nostri apparati. Non abbiamo mai accettato richieste dai governi per danneggiare le reti o il business di alcun cliente”.

Rispettare i competitor

Un esperto di politica statunitense, Scott Kennedy, ha spiegato che gli Stati Uniti dovrebbero mettere bene in evidenza le prove che hanno raccolto “non già per soddisfare l’interesse della Cina, quanto piuttosto come obbligo nei confronti del popolo americano. Il Governo deve pubblicare le prove per dimostrare che valga davvero la pena attuare il conflitto attuale”.

Fatto sta che queste prove latitano e, nonostante le pressioni endogene ed esogene, gli Stati Uniti continuano con la più classica e consolidata propaganda costruendo, come sempre, la fisionomia dell’avversario a uso e consumo dell’obiettivo che si vuole perseguire: la supremazia, il protezionismo o le pressioni laterali per fini vari.

Hu raggiunge l’apogeo quando spiega che sono evidenti gli “sforzi per usare la politica al fine di interferire con l’evoluzione industriale”. Ma una cosa ha bene chiaro in mente e ci tiene a ribadirla: “Non si persegue la strada dell’eccellenza con pratiche che boicottano i competitor sul campo di gioco”. Definitivo.