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È una risposta vibrante: “Gli Stati Uniti stanno sfruttando i propri punti di forza tecnologici per distruggere le aziende al di fuori dei propri confini. Ciò servirà solo a minare la fiducia delle aziende nella tecnologia e nelle catene di approvvigionamento statunitensi. In definitiva, danneggerà gli stessi interessi degli Stati Uniti”. Qui di seguito trovate in forma integrale la posizione ufficiale di Huawei rispetto alle azioni del Governo Trump che, come nulla fosse, ha esteso l’ordine esecutivo. Un’estensione fino a maggio 2021, periodo durante il quale è impedito alle aziende cinesi collaborare in qualsiasi modo e forma con le controparti statunitensi. Un bando di fatto, in continuità con quanto deciso a maggio 2019, quando Huawei è stata inserita nella entity list e gli è stato impedito di accedere ai componenti necessari alla produzione dei dispositivi mobili. Tra questi, figurano anche quelli software, motivo per il quale i più recenti modelli sono affidati alla piattaforma Hms e dispongono di Android open source (cioè privo dei servizi di Google).

L’estensione del bando firmata da Trump il 14 maggio scorso, di qui vi abbiamo dato notizia qui, ha avuto una serie di conseguenze non banali. Tsmc ha bloccato la ricezione degli ordini di produzione di componenti e chip da parte di Huawei. Il produttore si limiterà a completare le linee già in essere, per soddisfare gli ordini pregressi. Che, stando alla dichiarazione ufficiale di Huawei, saranno garantite se la spedizione dei chip avverrà entro la metà di settembre. Per la cronaca, Tsmc è un’azienda taiwanese ma nonostante questo ha necessità di ottenere la licenza dagli Stati Uniti per intrattenere relazioni commerciali con Huawei e le sue controllate (tra cui HiSilicon, che produce i Kirin alla base degli smartphone e dei tablet). Il motivo è che molti di questi processori sono basati su tecnologia Arm, architettura concessa in licenza dall’omonima azienda con base nel Regno Unito e controllata da Softbank (giapponese).

La lista cinese includerà Apple?

La risposta a questa ulteriore tegola potrebbe arrivare dal governo cinese, che ha investito circa 2,2 miliardi di dollari in Smic (Semiconductor Manufacturing International Corp) al fine di accelerare lo sviluppo di fabbriche capaci di stampare chip per evitare che i brand ricorrano a fornitori esterni alla Cina. Il fatto è che Smic è ferma alla tecnologia di produzione a 14 nm, nettamente meno efficiente rispetto a quella di Tsmc, che assicura la più recente geometria a 7 nm e si appresta a varare quella a 5 nm entro la fine di quest’anno. Al diminuire dei nm si ottengono chip meno esosi in termini di consumi, in virtù dell’assorbimento inferiore (migliore efficienza termica), ma con livelli di velocità e prestazioni superiori.

Smic è solo il primo passo del Governo cinese. Non è infatti escluso che Xi Jinping possa “copiare” l’approccio di Trump e generare una entity list made in Cina per includere le società statunitensi giudicate “inaffidabili”. Per i brand eventualmente inclusi in questa lista si tradurrebbe nell’impossibilità di commercializzare prodotti e soluzioni, oltre all’avvio di approfondite indagini anche di natura finanziaria. I primi nomi che sarebbero scritti con gli ideogrammi sono Apple, Cisco e Boeing (Google, Facebook, WhatsApp e altri sono stati banditi da tempo).

La risposta di Huawei a Trump

Richard Yu, Ceo di Huawei, ha affidato la sua analisi a WeChat: “The so-called cybersecurity reasons are merely an excuse” (“Le cosiddette ragioni di cybersicurezza sono una mera scusante”). In modo più argomentato la posizione ufficiale dell’azienda è la seguente:

Huawei si oppone fermamente alle modifiche apportate dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti alla sua norma relativa ai prodotti diretti all’estero, che mira a colpire specificamente Huawei.

Il governo degli Stati Uniti ha aggiunto Huawei all’Entity List il 16 maggio 2019 senza alcuna giustificazione. Da quel momento, e nonostante il fatto che una serie di componenti industriali e tecnologici essenziali non ci siano stati resi più disponibili, ci siamo impegnati a rispettare tutte le norme e i regolamenti del governo degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, abbiamo adempiuto ai nostri obblighi contrattuali nei confronti di clienti e fornitori, siamo sopravvissuti e andiamo avanti contro ogni previsione.

Tuttavia, nella sua incessante ricerca di stringere la sua morsa su Huawei, il governo degli Stati Uniti ha deciso di procedere e ignorare completamente le preoccupazioni di molte aziende e associazioni di settore.

Tale decisione è stata arbitraria e dannosa e minaccia di minare l’intero settore a livello globale. Questa nuova normativa avrà un impatto per centinaia di miliardi di dollari sullo sviluppo, la manutenzione e le continue attività di rete che abbiamo implementato in oltre 170 Paesi.

Avrà inoltre un impatto sui servizi di comunicazione per gli oltre 3 miliardi di persone che utilizzano prodotti e servizi Huawei in tutto il mondo. Per attaccare un’azienda leader di un altro Paese, il governo degli Stati Uniti ha intenzionalmente voltato le spalle agli interessi dei clienti e dei consumatori di Huawei. Ciò va contro l’affermazione del governo degli Stati Uniti secondo cui tale normativa è motivata dalla sicurezza della rete.

La decisione del governo degli Stati Uniti non colpisce solo Huawei. Avrà un grave impatto su un ampio numero di settori a livello globale. A lungo termine ciò danneggerà la fiducia e la collaborazione nel settore mondiale dei semiconduttori da cui dipendono molti settori industriali, alimentando conflitti e causando perdite all’interno di tali settori.

Gli Stati Uniti stanno sfruttando i propri punti di forza tecnologici per distruggere le aziende al di fuori dei propri confini. Ciò servirà solo a minare la fiducia delle aziende nella tecnologia e nelle catene di approvvigionamento statunitensi. In definitiva, danneggerà gli stessi interessi degli Stati Uniti.

Huawei ha avviato un esame approfondito di questa nuova norma. Prevediamo che la nostra attività ne sarà inevitabilmente influenzata. Faremo tutto il possibile per cercare una soluzione. Speriamo che i nostri clienti e fornitori continueranno a stare al nostro fianco e cercheranno di ridurre al minimo l’impatto generato da questa norma discriminatoria.

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