Quando la ricerca del sensazionalismo raggiunge livelli estremi, succede che si perde il controllo e si cercano conferme a ipotesi (che spesso sfiorano il concetto di assioma) più che limitarsi a osservare i fatti cercando di oggettivarli. Questo è successo a Huawei attraverso il canale ExploitWareLabs specializzato nella ricerca di “comportamenti sospetti” a carico di sistemi operativi, driver, app e software presenti sui dispositivi, dagli smartphone ai computer.

Questa volta però la ricerca di sensazionalismo è finita in una parola: “misunderstanding”. E l’accusa dell’autore del post che incriminava (indebitamente) Huawei di trasmettere silenziosamente dati al governo cinese attraverso il P30 Pro si è sciolta come neve al sole.

I fatti

Nei giorni scorsi sul suddetto canale Facebook è stato pubblicato un post secondo cui il flagship di Huawei avrebbe inviato informazioni personali ad alcuni server che afferiscono al governo in Cina. Nel post che è stato pubblicato a questo indirizzo https://github.com/pe3zx/huawei-block-list aveva elencato minuziosamente la lista di siti che stavano ricevendo, secondo lui, i dati all’insaputa degli utenti che hanno scelto di usare il P30 Pro.

Tra questi ci sarebbero stati i server del Ministero della sicurezza e il China Internet Information Center. Nel post dell’accusatore si faceva chiara menzione del fatto che gli utenti interessati al flusso di dati non avevano concesso alcun consenso a tale traffico. E in ogni caso si trattava di utilizzatori asiatici.

Peccato che tutto sia esploso come una bolla di sapone. La ricerca di sensazionalismo sta raggiungendo il limite ed è diventato un atteggiamento troppo diffuso e alimentato anche dalle azioni e pressioni politiche cui Huawei suo malgrado è soggetta in modo indebito e senza alcuna prova concreta. Con tutto il seguito mediatico di chi cerca sempre di puntare il dito senza provare a guardare le cose diversamente.

Huawei P30 Pro: approfondimento della sezione fotografica in 25 foto

La lezione

Questa storia racconta due lezioni. La prima è che bisognerebbe verificare bene i fatti prima di alzare il polverone e poi dire che è solo stato un “misunderstanding” (in italiano, “incomprensione”) e pensare che basti questo dopo aver descritto un comportamento inesistente a carico di un’azienda, creando i presupposti per il dilagare delle fake news che si affidano più alla pancia che alla testa di chi legge.

La seconda lezione è che forse bisognerebbe abbassare la tensione nei confronti delle aziende. Dalla foto della luna fino a questi sospetti per Huawei (ma non solo) il principio del “j’accuse” è ormai un atteggiamento così reiterato da diventare noioso, ridondante e pleonastico nella sua reiterata vacuità. E che ha solo il risultato di aumentare il rumore di fondo, incardinarsi sui sospetti creati ad arte e distogliere l’attenzione.