Huawei: la risposta ufficiale dell'azienda alle nuove accuse degli USA

Nuovo capitolo nella saga Stati Uniti VS Huawei.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha infatti depositato nuovi capi d’imputazione contro Huawei, per i reati di “criminalità organizzata” e “furto di segreti commerciali”. Huawei è anche accusata di aver violato le norme statunitensi per le sanzioni all’Iran.

Insieme all’azienda, sarebbero state accusate anche compagnie sussidiarie statunitensi, tutti colpevoli nello specifico di aver violato il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO).

Tra gli imputati accusati, oltre Huawei, ci sono: Huawei Device Co. Ltd. (Huawei Device), Huawei Device USA Inc. (Huawei USA), Futurewei Technologies Inc. (Futurewei) e Skycom Tech Co. Ltd. (Skycom), ma anche il Chief Financial Officer di Huawei Wanzhou Meng. 

Cosa contengono le nuove accuse

Come rivelato da un’investigazione indipendente del governo e da una revisione dei documenti processuali, le nuove accuse in questo caso sono legate a presunte attività pluridecennali portate avanti dal brand cinese e da alcune sussidiarie della stessa, sia su suolo statunitense che cinese, anche da sei aziende tecnologiche USA, volte ad appropriarsi indebitamente di proprietà intellettuali con l’obiettivo di incrementare il business di Huawei.

Tale appropriazione indebita include informazioni relative a segreti commerciali, opere protette da copyright come codici sorgenti e manuali utenti per router internet, tecnologie relative alle antenne e robot testing. Huawei, Huawei USA e Futurwei avrebbero deciso di reinvestire il ricavato di queste presunte attività illecite nel business globale dell’azienda, anche negli Stati Uniti.

Mezzi e metodi di tali appropriazioni presunte avrebbero visto l’azienda cinese stringere accordi di riservatezza con proprietari di proprietà intellettuali. Accordi che poi avrebbe violato appropriandosi indebitamente di tali proprietà intellettuali per i propri utilizzi commerciali. L’azienda cinese avrebbe inoltre reclutato dipendenti da altre aziende orientandoli ad appropriarsi delle proprietà intellettuali degli ex datori di lavoro e avrebbe utilizzato professori impiegati in istituti di ricerca per ottenere e fornire all’azienda la tecnologia necessaria. Inoltre, sempre secondo il Dipartimento di Giustizia USA, l’azienda avrebbe lanciato una policy per remunerare con bonus finanziari quei dipendenti capaci di ottenere informazioni confidenziali dai competitor.

Secondo gli States, tutte queste attività sarebbero andate a buon fine e l’azienda, pur risparmiando nei costi di ricerca e sviluppo, avrebbe ottenuto – indebitamente – la tecnologia necessaria con tempistiche ridotte, guadagnando quello che gli Stati Uniti definiscono un ingiusto vantaggio competitivo.

L’accusa include inoltre nuove denunce circa l’azienda e le sue sussidiarie, coinvolte in progetti di business e tecnologici in Paesi soggetti a sanzioni da parte degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e delle Nazioni unite, come l’Iran e la Corea del Nord, ma anche un reiterato tentativo dell’azienda di nascondere l’intera portata di tale coinvolgimento.

Le attività contestate in questo caso includono l’organizzazione di spedizioni di materiale del brand cinese e di servizi agli utenti finali in tali Paesi, e sarebbero state condotte tipicamente attraverso affiliati locali dei Paesi sanzionati. Sempre secondo gli States, nei documenti interni dell’azienda, a questi Paesi ci si sarebbe riferiti attraverso nomi in codice: A2 sarebbe stato legato all’Iran, A9 alla Nord Corea.

I dipendenti dell’azienda avrebbero inoltre mentito circa la relazione tra l’azienda e Skycom, dichiarando che la stessa non fosse una sussidiaria di Huawei. L’azienda avrebbe poi dichiarato che Huawei aveva solo operazioni limitate in Iran e che le stesse non violavano le leggi statunitensi o qualsiasi altra regolamentazione internazionale nei confronti dell’Iran.

Le accuse sostengono che Skycom fosse una sussidiaria non ufficiale di Huawei che, oltre ad altri servizi, avrebbe assistito il Governo dell’Iran in merito a sorveglianza interna, anche durante le dimostrazioni di Tehran nel 2009.

La risposta di Huawei

La risposta di Huawei alle nuove accuse del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non si è fatta attendere.

Di seguito riportiamo integralmente la nota stampa con cui l’azienda cinese risponde a quest’ennesima mossa a Stelle e Strisce:

“Questo nuovo atto d’accusa è parte del tentativo del Dipartimento di Giustizia di danneggiare irrevocabilmente la reputazione di Huawei e la sua attività per motivi legati alla concorrenza, piuttosto che all’applicazione della legge stessa. Queste nuove accuse sono prive di fondamento e si basano in gran parte su vecchie dispute civilistiche ripescate dagli ultimi 20 anni che sono state precedentemente risolte, contestate e in alcuni casi, respinte da giudici e giurie federali. Il governo non riuscirà a fare prevalere le proprie accuse, che Huawei dimostrerà essere sia infondate che ingiuste”.