Area

Sembra un mantra, ripetuto per darsi forza e per crearsi un orizzonte luminoso: “Il mondo dopo il Covid-19 non sarà più come prima”. E se fosse una utopia? Se in realtà, nel medio periodo (non certo nel breve), tutti gli aspetti della vita tornassero esattamente come prima, solo con strumenti e tecnologia diversi? Con una differenza, che ciò che prima era considerato una extrema ratio, ora rientra in una “nuova normalità”, frutto anche dell’obbligo al distanziamento sociale obbligato. Molte attività saranno il piano B, se non addirittura l’A, quando prima era il piano Z (quantomeno in Italia). Con la conseguenza diretta che i rapporti tra le persone, tra le persone e le aziende, tra le aziende e le aziende possono riqualificarsi in modo più agile, efficiente e, perché no, più interattivo. E c’è chi ha sfruttato il lockdown per fare selezione, per riqualificare la propria vita sociale.

L’accettazione forzosa della tecnologia

In concreto, per esempio, si prenda l’uso frenetico delle videocall: Zoom, Houseparty, Teams, WhatsApp, Facebook Messenger e così via. Prima dell’emergenza Coronavirus il ricorso a questi strumenti, e ampliando allo smart working, era la soluzione estrema, quando non c’era proprio possibilità di adottare strade diverse. Spesso si trattava di una tecnologia utilizzata con malcelata diffidenza, perché l’italiano, si sa, predilige il rapporto personale, la presenza. Ora queste piattaforme sono entrate nella prassi quotidiana, ma non per scelta volontaria. Perché è stato obbligatorio farlo, per ragioni di lavoro o per surrogare abitudini e flussi. La società intera ha dovuto abituarsi a digitalizzare la relazione personale, ancora una volta non perché l’ha voluto ma perché l’alternativa era l’isolamento in casa, spesso in solitudine. Prendiamo il caso opposto: gli aperitivi e le cene via videocall. È un modo per stare con gli amici, per supplire all’impossibilità di vedersi di persona in un locale a bersi una birra o a fare quattro chiacchiere. Aperti i bar, tutto ciò diventerà un lontano ricordo. Il bisogno non è utilizzare queste piattaforme bensì replicare un’abitudine sociale come possibile; la piattaforma è uno strumento, il fine è condividere il tempo con le persone. Non si confonda il mezzo con il fine.

E non si confondano i bisogni con gli strumenti. Perché per capire il post Covid-19 bisogna partire proprio dai bisogni, dalle necessità delle persone, e comprendere come intercettarle. Due esempi concreti di come le videcall (preso come metafora) saranno usate diversamente. Lo smart working rimarrà un asset aziendale e personale: nel breve periodo perché una serie di ragioni, tra cui le scuole sono chiuse e perché i posti di lavoro dovranno adeguare la routine alle normativa di prevenzione; nel medio e lungo periodo perché sarà lo strumento per puntare a valorizzare il contributo dei dipendenti, in termini di qualità e capacità, e non limitarsi alla loro mera presenza fisica. In ambito lavorativo, le piattaforme di videocall saranno indispensabili perché non si potrà viaggiare, dunque rappresenteranno un asset nuovo per l’azienda. Per contro, i medesimi strumenti digitali diventano un’alternativa comoda e confortevole per la sfera privata: dallo yoga all’attività sportiva. Non strettamente un sostituto della palestra o dell’aria aperta, quanto piuttosto una integrazione oppure una soluzione per evitare di saltare l’appuntamento.

L’incidenza nel tessuto sociale della tecnologia

Per due mesi si è vissuta, senza voglia né scelta, una realtà diversa, forzatamente di chiusura verso la relazione interpersonale allargata. Siamo stati chiusi in casa per via di una pandemia e in conseguenza di un atto muscolare del Governo che ha imposto una clausura, subita senza grande entusiasmo ma con rassegnazione. E ciò ha slegato il tessuto sociale precedente, disgregando le composizioni interpersonali a cui eravamo abituati per riaggregare le persone in nuclei più piccoli ma più coesi (la famiglia, i conviventi e così via). Ciò ha dato vita alla ricerca di strumenti più elastici per ripristinare, o non perdere, gli aggregati precedenti. Ma in pratica è stata una situazione anormale e improvvisa, a cui le persone hanno cercato di sopperire rapidamente sfruttando strumenti non nuovi ma non del tutto sondati in passato. Come se tutto d’un tratto vi trovaste senza mani e senza braccia: l’interfaccia vocale diventerebbe la vostra unica e fondamentale via di accesso al mondo.

Parlando di bisogni, lo strascico del Covid-19 è un rimescolamento delle priorità. La definizione di queste è la chiave per affrontare la cosiddetta “nuova normalità”, tuttavia ciò non influirà più di tanto sulle abitudini. Si prenda la sfera dell’elettronica di consumo. La vita in casa ha fatto comprendere in modo più preciso alcune necessità e l’importanza di alcune funzioni; ha imposto alle persone di approfondire persino la percezione di un brand; ha permesso agli utenti di utilizzare i dispositivi in modo diverso. Con la coercitiva presa di coscienza che (magari) alcuni di questi prodotti non rispondono appieno all’esigenza percepita non già sperimentata prim’ora. Il consumatore di questa “nuova normalità” è ancora più cosciente di se stesso, obbliga a innalzare il livello di esperienzialità e coerenza nel processo di acquisto. Complessivamente è un consumatore più attento al valore dei prodotti, alla tecnologia presente in essi. Ma sarà obbligato a tenere un occhio al prezzo, perché la situazione economica sarà meno rosea rispetto al pre-Covid 19. In questo senso, diventeranno centrali le forme di pagamento semplificate e rateizzate; un aspetto cruciale da tenere bene in mente per non puntare tutto e solo sulla promozione spinta. Alla resa dei conti, il lockdown ha fatto da accelerante rispetto a un cambiamento latente ma già in atto.

L’opportunità dei retailer: il negozio fisico

In ogni caso, l’utopia del “nulla sarà più come prima” rischia di sfrondarsi in una distopia nell’evolvere dei mesi. La distorsione da lockdown è destinata a ritornare sostanzialmente nella situazione precedente, per quanto evoluta, con il passare del tempo e la riconquista degli spazi di movimento (in tutti i sensi) delle persone. I consumatori saranno clusterizzati in modo diverso nelle loro propensioni d’acquisto, ma questo è davvero un male? L’elettronica di consumo ha la possibilità di ingaggiare un dialogo più intimo e personale con i clienti finali, perché questi hanno (forse o finalmente) compreso quanto sia prezioso il negozio fisico e quanto sia funzionale ma sterile l’e-commerce. Bisogna sfruttare questa situazione per instaurare un dialogo diverso e più coinvolgente verso i consumatori.

Nel 2018 cresce del 3% il mercato italiano della consumer electronics

Si parta dal fatto che le persone si sono messe a fare la coda fuori dai negozi. E sono pronti a investire preziosi minuti del loro tempo per attendere il loro turno, quando potrebbero risolvere la faccenda online. Si dia importanza a questi e altri segnali che dimostrano come il punto vendita fisico sia percepito come un elemento indispensabile nel processo di acquisto: è uno spazio di contatto, di chiarificazione, si sperimentazione concreta, di ricezione di servizi non presenti altrove. Chiamare questo scenario “nuova normalità” è sbagliato: magari è il caso di definirlo come l’opportunità di rimediare a sottovalutazioni passate. La sfida da cogliere per le insegne è colmare il divario digitale a livello territoriale e demografico, concentrandosi sulle frange di popolazione più deboli o meno affini all’utilizzo di questi mezzi.

Il vero “nulla sarà più come prima” dunque è rappresentato dal ruolo che la tecnologia si è conquistata in questa pandemia. In breve tempo ha attraversato e unificato le classi sociali, si è innestata nella vita delle persone con un ruolo nuovo: ha reificato il concetto strumentale di mezzo, non solo la filosofia effimera di possesso e di showoff. Ha permesso di costruire schemi comportamentali e sociologici più estesi, meno tradizionali. Di fatto, ha imposto una definizione più articolata della prossemica, amplificando la portata di questa scienza troppo spesso sottovalutata (studia lo spazio o le distanze come fatto comunicativo; lo studio, cioè, sul piano psicologico, dei possibili significati delle distanze materiali che l’uomo tende a interporre tra sé e gli altri).

Per l’industria e il retail della consumer electronics è l’opportunità di dare vita a nuove forme di dialogo con i consumatori potenziali e con gli utenti già acquisiti. Le strade da percorrere sono due: disintermediazione e personalizzazione. Senza dimenticare la sostenibilità, in chiave economica, ambientale e sociale, tanto cara agli utenti.

La tecnologia per esprimere idee partendo dal know-how

Il Covid-19 ha dimostrato come know-how e idee nuove facciano la differenza rispetto alla fragilità di interconnessioni basate su abitudine e tradizione. Lo stesso avverrà anche per il negozio fisico. Non più uno spazio fisico chiuso e fine a se stesso ma un punto di relazione multi-canale, che può anche prescindere dalla presenza fisica del cliente finale. Si tratta di ridefinire profondamente i rapporti. E, perché no, guidare il cliente via videocall, oppure organizzare appuntamenti ed eventi in streaming.

Con l’obiettivo di trasformare la superficie fisica in un accentratore specializzato sul territorio. Lo stesso vale per l’industria. Se è possibile organizzare una degustazione di vini in remoto, facendo arrivare la bottiglia a casa del consumatore collegato in videochiamata con la cantina, perché la consumer electronics nel suo complesso non può replicare la medesima esperienza in altri contesti? Suggestioni, certo. Ma il terreno fertile non manca. E proprio la tecnologia può essere il modo per sfruttare il know-how al fine di esprimere nuove idee e concetti.

Lg-K-Series