Nelle linee guida di Facebook per Marketplace c’è scritto a chiare lettere che “se lo stato di un articolo non ti soddisfa o hai dubbi sulla sua autenticità, puoi rifiutare di completare l’acquisto“. E ancora, poco più in basso della pagina che elenca le linee guida per l’acquisto e la vendita dei prodotti si specifica di controllare “le offerte che sembrano troppo belle per essere vere perché i truffatori potrebbero usare prodotti a prezzi stracciati per attirare gli acquirenti con l’inganno“.

Una pagina con domande e risposte su come vendere, come acquistare, come sfruttare al meglio il servizio e come attivare filtri affinché le proposte dell’algoritmo siano in linea con le aspettative merceologiche. Infine, c’è l’immancabile procedura automatica per segnalare frodi e abusi. Tutto qui. Poche righe, semplicistiche e abbozzate, nulla di strutturato per bloccare effettivamente il fenomeno imperante sul Marketplace: la vendita di articoli palesemente contraffatti. E noi abbiamo sperimentato dal vivo che ciò avviene in tutta tranquillità, con buona pace per Facebook.

Prodotti a basso prezzo

Borse, magliette, scarpe ma soprattutto orologi di lusso sono tra i beni più falsificati in vendita sul Marketplace. Il controllo da parte del social network di Zuckerberg è quasi nullo o, comunque, non palese. Ciascuno può mettere in vendita, salvo non siano armi o prodotti palesemente illegali (alcol, animali e droghe), qualsiasi cosa. È sufficiente che superi i leggeri filtri del mancato controllo che si poggiano sul concetto della responsabilità personale.

Il requisito per accedere al mercatino è aver raggiunto la maggiore età. Debole. L’utente fissa il prezzo finale ma la trattativa inizia quando un potenziale acquirente attiva la funzione “Chiedi se è disponibile” in blu posto all’interno dell’annuncio. Quest’ultimo è del tutto simile ai classici mercatini, siti e pubblicazioni di vendita di prodotti di seconda mano. Dunque si trovano le foto, la descrizione del prodotto e il prezzo proposto: quello definitivo passa dalla trattativa tra le parti. Sì, perché una volta premuto il fatidico pulsante blu e ottenuto il via libera del venditore, il dialogo si trasforma in una chat tra le parti attraverso Facebook Messenger. Superata questa fase, diventa del tutto aleatorio il fatto quale sia il prodotto o se si tratta di vendite non autorizzate. L’interazione è tra le persone, il filtro non c’è stato. Così ecco che abbiamo provato ad acquistare (con successo) un prodotto contraffatto.

Il nostro esperimento

Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se avessimo provato a portare a termine l’acquisto di un bene palesemente falso, ovviamente per via del prezzo basso. Ebbene, passati alla fase di chat su Messenger, è stato un gioco da ragazzi. Ci sono state fornite le foto e addirittura il video dell’oggetto, effettivamente ben realizzato e del tutto simile all’originale. Dopo una manciata di messaggi per accordarsi su modi e tempi, è bastato attendere il giorno e recarsi al luogo dell’incontro. Qui abbiamo preferito fermarci onde evitare di perfezionare l’illecito tramite Facebook.

Dopo abbiamo provato a mettere in vendita un oggetto usato apparentemente di dubbia provenienza: tempo 3 minuti, senza alcuna verifica, l’annuncio era on-line. In 8 minuti abbiamo contato una decina di offerte al prezzo proposto. In meno di 15 minuti avremmo potuto realizzare la vendita, ma anche in questo caso abbiamo preferito cancellare tutto.

Punti di vista

Il social è pieno di questi beni chiaramente non originali. Impossibile non rendere partecipe il social nella violazione, dato che il Marektplace è di fatto un punto di incontro tra domanda e offerta. Non è strettamente un punto vendita ma è un facilitatore e, come intermediario, dovrebbe attuare appositi controlli affinché vengano bloccati annunci di prodotti non legali. Altrimenti la piattaforma è di fatto correa dell’illecito.

Provate a pensare di appoggiare prodotti contraffatti su uno scaffale di un negozio: anche se il titolare del punto vendita si limita a ospitare l’esposizione, non può essere considerato estraneo al reato. Stesso discorso deve valere per un sito. Certo, questo non esenta le persone fare un uso corretto del Marketplace. Mancano totalmente meccanismi di tutela attivi e di verifica della liceità dei prodotti venduti. Tutto si basa sulle segnalazioni di violazioni da parte degli utenti: ma davvero è pensabile di ribaltare sui compratori l’onere di penalizzare la riuscita di buoni affari? Come chiedere a uno sportivo che sta vincendo tutto di auto-denunciarsi per doping…

Forse su questo punto Facebook dovrebbe attuare politiche più attive, al pari di quanto avviene, per esempio, sul bullismo e sull’utilizzo illecito di molte altre funzioni. Per esempio si è fatto molto clamore sulle fake news: battaglia giustissima per carità. Tuttavia forse bloccare la diffusione di merci false, anche in ottemperanza alla legge italiana, e non offrire un canale comodo, gratuito e surrettizio sulla principale piattaforma di comunicazione del nostro Paese sarebbe una battaglia parimenti importantein Italia.

 

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