Ex mentore di Zuckerberg lo attacca: manifesto privacy è solo marketing

Ex mentore di Zuckerberg lo attacca: manifesto privacy è solo marketing

Che Facebook non goda di una buona reputazione circa la cura che ripone nei confronti della privacy dei propri utenti è un generoso eufemismo. Lo sa tanto Mark Zuckerberg quanto il più ignaro degli utenti. E, devo dire, ultimamente mi sembra che il popolo di Facebook si sia pericolosamente adattato a questo scenario.

Svelato anche l’ultimo degli altarini con Cambridge Analytica, non abbiamo più dubbi: i nostri dati sono registrati e venduti a prezzo carissimo alle compagnie più disparate, con obiettivi diversi in termini di targettizzazione, vendita dei servizi e, lo sappiamo bene, influenza nelle scelte politiche.

Del resto, abbiamo barattato anche l’ultimo scampolo di privacy per la possibilità di ridere su qualche meme e lasciare un like tattico a ragazze che, altrimenti, non si ricorderebbero nemmeno della nostra esistenza – scambio equo, no?

Una reputazione da ricostruire

Ironia a parte, Facebook sa bene di quale reputazione gode e non è un caso che Zuckerberg abbia sentito la necessità di ricordarlo anche nella sua ultima nota nella quale ci racconta la sua vision per il futuro del social network e di Internet in generale. (Potete leggerla integralmente qui).

Se da un lato i social hanno avuto il grande pregio, dice il CEO di Facebook, di mantenere connesse persone lontane, dall’altro appare sempre più chiaro quanto gli utenti preferiscano interagire in comunità ristrette, con persone di cui si fidano, e magari utilizzando mezzi che spariscono dopo poche ore (le stories).

Ecco che quindi il Facebook del futuro svilupperà servizi che si muoveranno in questa direzione, per far sentire l’utente finale al sicuro, come tra le mura di casa.

L’attacco di Roger McNamee

Ma non tutti leggono dell’ingenuo candore in queste dichiarazioni. Secondo Roger McNamee, il vero significato del manifesto sarebbe esclusivamente una strategia di marketing per ripulire l’immagine di Zuckerberg e di Facebook. McNamee, ex mentore di Zuckerberg e tra i primi ad avere investito nel social, intervenuto al festival SXSW di Austin, dove ha definito la nota firmata dal CEO di Menlo Park “un’efficace mossa pubblica che ancora una volta è mirata distrarci dal vero problema”.

Secondo McNamee “dobbiamo capire che la crittografia dei messaggi e dei post riguarda circa l’1% del problema”. Ecco perché il comunicato pubblico firmato dal fondatore del social potrebbe indicare nubi all’orizzonte,forse la Federal Trade Commission, o forse qualcos’altro”.

In particolare, McNamee è convinto che il problema risieda nel modello di business della piattaforma, improntato sul monitoraggio di un’enorme quantità di dati e su ciò che fanno gli utenti anche quando non sono sul social. “Quello che mi preoccupa, – prosegue McNamee – è che il cosiddetto manifesto non tocca questo aspetto. Il problema con Facebook non riguarda la crittografia, ma ciò che fanno con la localizzazione e che invade i miei spazi privati”.

Posizione che si incasella a supporto delle parole di qualche giorno fa di Elizabeth Warren, senatrice dei Democratici candidata alla Casa Bianca, che vuole smantellare le grandi compagnie tecnologiche perché hanno troppo potere.

McNamee non è comunque nuovo alle critiche verso la società di Menlo Park. Due anni fa, in una intervista alla Cnbc, aveva detto che il social media approfitta delle “vulnerabilità della psicologia umana” con un meccanismo che crea dipendenza al pari di una droga.