DylanDog
WhiteShark

Chi vi scrive è appassionato da Dylan Dog. Da sempre. Dal numero 1: li ha letti e riletti tutti, con magliette e gadget connessi, adottandone la moda quando era di tendenza mettere giacca blu, jeans e Clarks. Insomma, la mia opinione sul nuovo Indagatore dell’Incubo è principalmente da fan della prima ora. Ricordi di gioventù, si dirà. Ciò che si è vissuto da ragazzi non può avere la stessa empatia e il medesimo sentimentalismo di quando si è più adulti. Sarà. Sta di fatto che il mitico “Old Boy” nell’ultimo decennio ha perso verve, originalità. Troppa, forse, la volontà di creare mashup tra più generi, con citazioni e continui rimandi più o meno sofisticati a film, canzoni, libri, opere d’arte e così via. Si è quasi barattata la trama in favore dell’estetica. Si è abdicato al senso e alla continuità della storia per dare sfoggio di altro. A volte si è platealmente perso il perfetto mix tra tutti gli elementi, un vero peccato.

Con il ciclo della meteora il lettore è stato accompagnato fino allo storico numero 400, con il countdown iniziato al numero 387. In questi albi è stata affermata la nemesi di Dylan Dog, ossia John Ghost, e l’escamtage della meteora è stato studiato per dare vita al reboot a partire dal numero 400. Reboot affidato a Roberto Recchioni (lo stesso del ciclo della meteora) e che ha di fatto suggellato l’uscita di Tiziano Sclavi.

Il numero 400 e i seguenti Dylan Dog

Il dubbio è che i numeri precedenti al 400 abbiano progressivamente fare scemare l’interesse da parte dei lettori avidi e fedeli. Con il 400 si uccide completamente l’empatia e il feeling con il protagonista e il suo assistente. Si perde gran parte dell’ironia e della leggerezza, due elementi fondanti, per fare posto a un mix disordinato, disorganizzato e persino fastidioso di citazioni scelte in modo cacofonico (per quanto la cacofonia sia sottovalutata nella musica) e autoreferenziale. In pratica ci si approccia al numero 400 come alla giostra preferita fin da giovani e a fine lettura ci si ritrova straniati e frullati come se si scendesse da un ottovolante sparato a 300 Km/h.

Il numero 400 è un miscuglio senza senso: schema, trama e definizione sono caratterizzati da ovvietà e prevedibilità. Solo banalità perpetrate come grandi aforismi, una sorta di ritratto di Dorian Gray di tutto ciò che si può sbagliare in un fumetto. Con la fase finale inutilmente macabra e naif. E passaggi narrativi spesso dilettanteschi che fanno ridere non per ironia ma per rassegnazione. Insomma, è abbastanza frastornante vedersi trasformare Dylan Dog in un nostromo che vaga su un veliero in balia di un’avventura non ben precisata che oscilla tra Ulisse, Cuore di Tenebra, pop e fantascienza rudimentale.

Peccato, perché invece dal punto di vista grafico e del disegno è probabilmente uno dei momenti più alti mai raggiunti sul fumetto. Il numero 400 è un’opera d’arte estetica ma priva di contenuto. Andrebbe sfogliato solo per essere visto, una volta letto si abbassa notevolmente il tono. È presentato come l’Apocalisse: già!

Ma siamo andati avanti nella lettura, fino al numero 402 e, in questi giorni, stiamo iniziando il 403. Purtroppo continua a vigere la logica dell’ovvietà e del caos nell’orditura della storia, mentre i disegni mantengono altissimo il livello.

Che Dylan Dog dovesse essere “reinventato” in questa veste così confusa, con un nuovo assistente e senza un minimo di personalità, per “adattarsi” al nuovo pubblico, è tutto da dimostrare. Di certo l’editore e il suo creatore (Tiziano Sclavi) hanno avuto ragioni più che ottime per questo azzardo. Ma è altrettanto chiaro che il nuovo Indagatore dell’Incubo mal si confà al lettore storico e fedele e forse cerca di intercettare un nuovo tipo di occhi, riscrivendo in modo disarticolato e incomprensibile (spesso anche nei riferimenti confusi) la sua storia, per slegarsi dal passato e lanciarsi in un futuro tutto da vedere. La speranza è che ci sia sempre meno voglia di autocelebrazione della capacità dei creatori e più attenzione e amore verso il personaggio al fine di restituire quantomeno due elementi chiave dello storico Old Boy (peraltro in ristampa, nulla è perduto per fortuna): ironia e coinvolgimento.

I nostri voti

  • Disegno e grafica: 10/10
  • Storia: 5/10
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