Abbiamo stilato una classifica (tra il divertito e il provocatorio) delle funzioni di Whatsapp la cui abitudine all’uso ci sta facendo rapidamente perdere contatto con le regole di base della comunicazione elegante, complessa e coinvolgente. Per favorire una interazione quasi “usa e getta”, se non addirittura istintiva ed elementare.

Spunte blu

Può apparire come un servizio utile per capire se il destinatario ha ricevuto e letto il messaggio ma il più delle volte si trasforma in uno strumento di pseudo-stalking. “Ha letto il messaggio… ma quanto ci mette a rispondere?”. Nell’epoca del chiedere in modo estenuante, il rispondere è dovere e non più cortesia. Soprattutto se si tratta di non ricevere la risposta, perché per darla poi ci prendiamo tutto il tempo necessario. E, spesso e volentieri, siamo noi a disattivare le virgolette blu perché non vogliamo fare capire di avere letto: però tutto sommato troviamo ingiusto un comportamento equivalente dall’altra parte. E dunque, ecco che nasce la pretesa di una risposta. Atteggiamenti, questi, che mai e poi mai avremmo dal vivo.

Prossemica azzerata

La chat azzera la prossemica, ossia quella liturgia comunicativa che ci impone per rispetto e prassi e che porta a utilizzare il “lei” o comunque costrutti cerimoniali ed educati. Su Whatsapp è tutto un “tu” e frasi dirette, schiette: un tono che difficilmente si replica vis-a-vis. L’abitudine a eliminare i livelli di distanza azzera il processo comunicativo basato su una dialettica fatta di attenzione alle parole, ai rapporti interpersonali e all’anzianità. Il problema è che poi questo si ripercuote in tutti gli ambiti, da quello famigliare al lavorativo con la perdita di valore delle forme verbali e di contatto con il cosiddetto “savoir fare”. In sostanza, si appiattisce tutto a uno slang chattaro ben poco evoluto.

Messaggi vocali

Il male di tutti i mali: i monologhi registrati dalla viva voce delle persone. Li chiamano messaggi vocali, di fatto sono monoliti monotematici alternati tra due o più persone dove ciascuna parla da sola a turni alterni. Si perde così il gusto del dibattito, dell’interazione anche polemica, del confronto verbale centrato sulla condivisione o l’alternanza costruttiva delle idee. Perché non farsi una chiamata e risolvere tutto? Semplice, perché i monologhi vocali autoreferenziali sono molto più comodi. Sì, perché anche scrivere può diventare noioso e allora via ai minuti di sproloqui in libertà.

Messaggi cancellati

La funzione di cancellazione di Whatsapp è senza senso. Un danno enorme. Invece di ragionare e pensare bene su cosa e come scrivere, ci si butta tanto poi si cancella. Che pessima abitudine. Anche perché nella vita reale le parole hanno un peso e non si può cancellare se si cambia idea su quanto scritto e inviato via mail o altra forma. Su Whatsapp sì: ed è un contributo enorme all’involuzione comunicativa perché aggiunge ulteriore superficialità e semplificazione al dialogo. Quando invece sono proprio la complicazione e l’articolazione ii due asset su cui si basa la capacità di comunicare tra le persone.

Sentenze brevi

Il risultato di Whatsapp è che ci siamo abituati a parlare con frasi brevi a raffica, non più in pensieri costruiti. Semantica e sintassi abdicano di fronte alla raffica di chat fatta di 20 spezzoni di frase scritti seguendo i pensieri subitanei invece di elaborazioni più coese e scorrevoli. Questa abitudini a sentenze (non più a domande), a prese di posizione e a frasi flash e lapidarie si sta declinando anche su fronti come la mail e il modo di colloquiare dal vivo. Non è una evoluzione ma una crescente abitudine a un modo di comunicare più rudimentale, meno sofisticato e pensato.