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Ad aprile 2021, l’azienda Clubhouse è stata valutata 4 miliardi di dollari e questo l’ha fatta entrare nelle cosiddette startup “unicorno”. Poi qualcosa è cambiato. Scorrendo le classifiche delle applicazioni più diffuse su iOS e Android l’applicazione si trova dopo diversi sfogli in quella generale e, in Italia, oscilla tra il 20esimo e il 30esimo posto nella categoria social network.

E pensare che gli albori di Clubhouse sono stati frenetici: una corsa ininterrotta all’apertura di profili. In quella che doveva essere la piattaforma della conversazione, del parlato, persino della noia con tutto sto vociare. La verbosità è stata chiara fin da subito essere uno dei limiti. Eppure gli altri social per qualche settimana o mese si sono allarmati, hanno addirittura pensato di creare funzioni equivalenti dedicate a chi ama parlare e a creare stanze di confronto.

È stata definita la piattaforma evolutiva rispetto ai podcast, nel quale tutti gli utenti potevano contribuire alla discussione e non era solo una fruizione di riproduzione. Un dato fa comprendere quanto Clubhouse per un po’ abbia dato origine a una sorta di “febbre”: quando l’accesso era strettamente legato all’invito, alcune persone sono arrivate a versare circa 80 dollari per ottenere un accesso praticamente gratuito in aste al miglior offerente. E Clubhouse era disponibile solo su iPhone.

La promessa è stata avvincente. Accedere a centinaia di stanze simultanee di chat dal vivo, ognuna un incrocio tra un discorso Ted e un programma radiofonico. Elon Musk, Oprah Winfrey, Tiffany Haddish, Mark Cuban, Mark Zuckerberg, Drake e Jack Dorsey hanno ospitando stanze, parlando con chiunque. I millennial non si sono più limitati a diventare famosi: potevano parlare in diretta con vip e celebrità e assurgere a ruolo di opinionista o “amico”, certo nell’ambito della stanza.

Ad aprile, Twitter ha avviato trattative per l’acquisto di Clubhouse per 4 miliardi di dolalri, che è più del valore di Air France, Six Flags, Sunoco, Shake Shack o Fannie Mae. Ha rifiutato Twitter, raccogliendo invece un round di finanziamento che lo ha valutato 4 miliardi di dollari e ha infuso nuove risorse per il tweeting.

Intanto si prendevano la ribalta voci più o meno celebri, o diventate tali dal nulla. E al nulla sono tornate perché in modo altrettanto repentino Clubhouse non ha consolidato la sua posizione. Oggi chi lo frequenta è arrivato a definirlo “un triste e vuoto guscio che punta a essere un social media”. Non è più LA piattaforma ma uno dei social che segue la moda o il passaparola del momento. E i dati qui di seguito mostrano il trend. La voce ha avuto il suo tempo, foto e video continuano a essere percepiti come superiori dagli utenti (e forse anche con maggiori spazi di creatività).

Clubhouse: ma cosa è successo?

Alcuni utenti piuttosto ferventi sia su Instagram sia su Cloubhouse si sono interrogati: cosa sta succedendo? E così hanno ospitato una stanza intitolata “What Happened to Clubhouse?” Le questioni poste sono state tutt’altro che secondarie: “Le funzionalità dell’app non sono rimaste ferme al passo? È stato infestato da argomenti politici? Clubhouse ha detto qualcosa di razzista ed è stato cancellato?”.

Così nelle discussioni sono emerse alcune chiavi di lettura. Per esempio Clubhouse, che sembrava un posto per i ragazzi intelligenti, aveva acquisito le dinamiche di uno schema di marketing multilivello. Troppe, se non molte o tutte, le stanze hanno una eccessiva quota di persone specializzati in crittografia che parlano di come gestire Ethereum e NFT. La seconda stanza più popolare delle scorse settimane, con 420 persone, era intitolata “La Casa Bianca ha imposto 1,2 trilioni di dollari di infrazione: bitcoin è condannato?” Clubhouse è sceso, in poche settimane, dalla Silicon Valley a Miami.

Pochi hanno davvero voluto discutere nella stanza che indagava su cosa stesse succedendo a e in Clubhouse. Le persone scappavano non appena emergeva l’evidenza che qualcosa sta funzionando male o è fuori controllo. Nonostante gli sforzi, i temi affrontati sono sempre più snob e per pochi eletti. Si è perso il concetto di massificazione e inclusione iniziale.

Il livello di discussione non ha mezzi termini: troppo alto e tecnico nelle stanze più particolari, quelle per esempio dedicate alle criptovalute; troppo grezzo, semplice, superficiale e inconcludente nelle stanze più rilassate. Alla fine, si entra in una stanza, si ascolta ma il tema non è mai trattato: si “cazzeggia” anche in modo goliardico ma senza costrutto.

E allora Clubhouse non è appassito perché era il Tiger King delle app, ossia una moda passeggera per il blocco della pandemia per gli annoiati e gli isolati. Ma gli annoiati e gli isolati non si sono salvati su TikTok.

Clubhouse è morto, o sta morendo lentamente, perché il populismo ha i suoi limiti. Se si ha intenzione di combattere la cultura del cambiamento del tempo e cercare di riunire un pubblico dal vivo, bisogna pensare a requisiti minimi e a mantenere uno stile, uno standard, un modo adeguato. La massima libertà sfocia nell’anarchia e in un’azienda privata, come Clubhouse, è una deriva non attuabile.

All’inizio chiunque poteva unirsi a Clubhouse, la barriera all’ingresso per l’inizio di una conferenza era persino inferiore rispetto all’affitto di una sala riunioni in un Hilton dell’aeroporto, quindi erano destinati ad attirare venditori ambulanti che colonizzavano le stanze come fossero multiproprietà.

Solo che erano peggio dei venditori ambulanti. Erano venditori di status. C’è chi ha provato a farsi un nome, nel nulla che fa eco. Anzi, in un nulla fatto di un’unica voce parlante e le altre ad ascoltare: l’ego di personaggi vocali ma costruiti ha fatto il resto, rendendo le stanze sostanzialmente delle tribune prive di confronto. Con dialoghi spesso volgari, con apprezzamenti volgari, con richieste persino monetarie. Per non andare oltre. Clubhouse nel tempo si è dimenticata cosa è e cosa poteva essere.

Quello che è successo a Clubhouse è quello che sta succedendo anche alle istituzioni. Quando rimuovi le barriere all’ingresso in politica, affari e media, abdichi alla cultura e lasci spazio al protagonismo autoreferenziale. Quando il fidato e l’inaffidabile si mescolano, raggiungi un punto in cui eviti tutto perché non sai più di chi fidarti. E allora si parla di altro. Così non si analizza cosa succede ma si toccano argomenti meno spinosi. Per esempio, non si affronta la questione: “Come riportare Clubhouse nell’alveo più consono?”