Cosa resterà di questo Mobile World Congress

A una settimana esatta dall’apertura dei battenti della “Fira de Barcelona” in occasione del Mobile World Congress 2019, ci poniamo la domanda derivata da una celebre canzone di Raf pubblicata nel 1989, proprio alla fine dei dorati anni ’80. La congiuntura vuole che sia stata proprio l’edizione del 2019 a portare alla ribalta la questione: “Cosa rimarrà del Mwc?”

L’interrogativo si potrebbe spezzare in due: cosa resterà di questa edizione e cosa invece dell’evento in senso più generale? Ci sono voluti alcuni giorni per mettere a fuoco le tante, troppe questioni lasciate in sospeso da un Congress pieno di domande latenti e di risposte rimandate a un futuro forse ben più lontano dell’edizione 2020.

Una fiera efficiente

L’impressione generale, nonostante i numeri, è stata di un Mobile World Congress dimagrito, in versione “efficientata”. Le aziende hanno portato un management ridotto allo stretto necessario: addirittura chi due o tre manager dall’Italia, il minimo indispensabile per fare gli onori di casa con gli ospiti volati dal nostro Paese (da cui peraltro si è registrata la compagine tra le più numerose). Questo a indicare che non è più tempo dell’esibizione di forza data dal numero di presenti ma dal rispetto verso un mercato in contrazione, che quindi non tollera più l’iperbole estetica della strabordanza ma apprezza la semplicità dell’efficienza.

Insomma, oggi vince chi ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo, perché il giro d’affari non giustifica più la misinformazione sugli andamenti reali. Il concetto del “tutti leader” sta lasciando il posto a una sana presa di coscienza che il consumatore sta agendo in modo diverso da come vorrebbero le aziende. In pratica “ottimizzazione”, per usare un termine di uso comune, che significa anche la necessità di riprendere contatto con i clienti e tornare a fare la loro conoscenza.

Il ruolo del display flessibile

Non è però un mercato di vacche magre, non ancora secondo quanto abbiamo visto al Mobile World Congress. Anzi. Il consumatore è molto ricettivo alla tecnologia, per quanto attento al prezzo e alla qualità. Ecco perché è stato importante portare i primi prototipi di smartphone con schermo flessibile. Conferiscono profondità, slancio e orizzonte futuro allo sviluppo dei dispositivi mobili, arrivati a un pericoloso stadio di omologazione estetica. Oggi ci si districa tra tacche, gocce e arrotondamenti: il consumatore vuole davvero questo? Oppure lo sceglie per esigenza di uniformità?

Il pieghevole propone un concetto nuovo, tuttavia appare più come una innovazione indotta che una innovazione necessaria oggi, adesso. I brand avevano urgente bisogno di dimostrare che stanno spingendo lo sguardo molto oltre al touchscreen, al notch e al full screen e stanno ormeggiando i loro reparti di ricerca e sviluppo in acque nuove. Ma il vero messaggio è rivolto ai developer. Lo schermo pieghevole è una Pec a Google e agli sviluppatori di app: è urgente rinnovare sistema operativo e applicazioni perché si esca dall’era Windows 3.1 e si entri in quella Windows 10.

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Se si prende in considerazione lo smartphone in senso lato, è ben chiaro come sull’hardware l’evoluzione abbia avuto una velocità e un’accelerazione enormemente superiore rispetto a quella software. Ancora oggi, tanto per dire, Android 9 Pie non è ottimizzato per i notch (a eccezione del Pixel 3 XL). Le app per la piattaforma di Google non brillano per qualità realizzativa, fatta eccezione (forse ma forse) per le 10 più utilizzate e scaricate. Ebbene, la richiesta sia dell’industria sia dei consumatori è innalzare la qualità, non solo estetica ma soprattutto funzionale ed empirica.

Una fiera efficace

L’altro grande urlo silenzioso del Mobile World Congress, ma forse nemmeno così tanto, alzato con gli smartphone a display flessibile è rivolto ai produttori di contenuti. Urge elevare l’esperienza di utilizzo, con maggiore interazione e meno rassegnazione sul replicare le modalità classiche dei programmi Tv. Il 5G avrà un ruolo cruciale in questo senso, perché permetterà di avere più flussi in contemporanea e realizzare una maggiore dinamicità.

Ecco, il 5G. Il vero protagonista delle domande latenti e delle risposte rimandate. Di questa piattaforma abbiamo sentito promettere qualsiasi cosa: più veloce, meno latenza. Cambierà la vita, questo è certo, perché sarà pervasiva in ogni aspetto della nostra vita. Attuerà il vero paradigma dell’IoT in ogni aspetto: dalle auto, alla sanità; dai mezzi di trasporto, ai dispositivi da indossare. Tutto sarà connesso, interattivo e tracciabile. Queste sono le risposte, uno scenario dove ognuno di noi è un nodo, un ganglo di un’immensa infrastruttura neurale interconnessa. Le domande sono latenti: chi proteggerà la privacy? Quali protocolli saranno impiegati per la sicurezza? E, soprattutto, chi garantirà un funzionamento 24/7/365 dell’infrasfruttura?

Un blocco anche di una manciata di secondi può bloccare la circolazione in una città, impedire un’operazione a cuore aperto, fermare la produttività di una fabbrica, non inviare una richiesta di soccorso… Un blocco riporterebbe la società interconnessa all’epoca della pietra, con tutta una generazione (dai millennial a scendere) che non concepisce un modo privo di connettività. Anche a livello culturale, i risvolti del 5G sono enormi. Ma latenti. Perché in fondo si parla di smartphone, di auto, di oggetti ma non di preparazione del tessuto sociale: il Mwc ha fallito in questo. L’intelligenza artificiale non può sopperire a una mancanza umana.

Tanto che da più di un’azienda nasce la domanda se una fiera così cacofonica e poco focalizzata abbia senso. Secondo chi vi scrive, una fiera internazionale rappresenta un momento fondamentale e insostituibile per incontrare tutti in modo ragionato. Però forse la Gsma dovrebbe tornare alle origini del Mobile World Congress, al concetto di “piazza” e non di dimostrazione autoreferenziale nel quale ci si accaparra l’attenzione (sempre limitata) di chi transita nei corridoi. Altrimenti poi non ci si può lamentare se i big organizzano eventi indipendenti lontani da Barcellona.