pornhub
irobot

Per il mondo dei social network e delle piattaforme online il 2021 è iniziato con una serie di scossoni. Dagli eventi di Capitol Hill alla tragica challenge di TikTok che ha condotto alla morte di una bambina, la discussione su ruoli, confini e moderazione di questi habitat digitali ha assunto un ruolo di primo piano e non accenna a placarsi. I problemi non riguardano solo la piaga delle fake news che attraversa Facebook e Twitter, il revenge porn su Telegram, i chiaroscuri della privacy di Whatsapp e i minorenni su TikTok, anche se tanto basterebbe a occupare pagine e pagine di giurisprudenza digitale. Nemmeno piattaforme di per sé intrinsecamente controverse come PornHub e OnlyFans sono avulse da discussioni e attacchi.

Il caso PornHub

Non più tardi dello scorso dicembre PornHub, celebre piattaforma che ospita contenuti per adulti, ha rimosso milioni di video espliciti condivisi da utenti non verificati come parte di una serie di modifiche a seguito delle accuse secondo cui il sito avrebbe ospitato video di abusi sui minori e comportamenti sessuali non consensuali.

La piattaforma ha affermato di aver “messo in atto le misure di salvaguardia più complete”, come l’eliminazione della possibilità di aggiungere video da parte di utenti non verificati, di scaricare la maggior parte dei video e la rimozione di tutti i contenuti caricati in precedenza che non erano stati condivisi dai partner verificati di Pornhub o dai membri della sua rete di performer per adulti.

Le modifiche, lungi dall’essere meramente di facciata, hanno scosso profondamente le fondamenta del sito web, tanto che il numero di video presenti in piattaforma è passato da 13,5 milioni a poco meno di 3 milioni.
Dopo aver ripulito i propri server, PornHub ha spostato lo sguardo anche su quelli altrui, affermando che se conditio sine qua non di caricamento sulla propria piattaforma è quella di essere un utente verificato, ciò non avviene entro i confini di altri player, quali Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat e Twitter.

Resta comunque da sottolineare come PornHub abbia preso provvedimenti in seguito a un articolo apparso sul New York Times che accusava la piattaforma di ospitare video di aggressioni e materiale pedopornografico.

Un pattern comune

E in questo, social e piattaforme di varia natura che vivono dei cosiddetti User Generated Content, cioè i contenuti generati dagli utenti, sembrano condividere un ciclo di vita comune che Evelyn Douek, docente di Harvard, ha sintetizzato in quattro punti:

  1. Qualcuno, spesso un attivista o un giornalista, individua contenuti pericolosi o di dubbia natura sulla piattaforma X.
  2. La denuncia si traduce in uno scandalo e la pressione aumenta man mano che vengono scoperti più esempi.
  3. La piattaforma alla fine interviene, ma lo fa in modo casuale e reattivo, orientato a risolvere un problema di percezione e pubbliche relazioni piuttosto che i problemi sottostanti.
  4. Presto o tardi, il suo approccio incoerente alla moderazione scatena un contraccolpo.

Il risultato comune è quello di mettere in atto politiche che tanto somigliano al cerotto sul morso di squalo: una panacea momentanea e inutile, capace di placare gli animi dell’opinione pubblica quel tanto che basta ad attendere che un nuovo scandalo infiammi le folle e sposti l’attenzione altrove. All’orizzonte manca ancora il raggiungimento di un senso comune di trasparenza nei processi e nelle condizioni d’uso, oltre alla definizione di politiche a lungo termine che siano attuabili in modo consistente giorno per giorno.

Esempio di come tali azioni siano spesso raffazzonate e una sorta di “sparo nel mucchio” è proprio rappresentato dalle conseguenze delle nuove politiche di PornHub, da cui molti professionisti delle piattaforma sembrano essere stati colpiti nonostante la liceità dei loro video. Dalla moderazione blanda, con maglie forse troppo larghe, il contraccolpo diventa duro e spesso caotico. Dunque video in regola con i termini e condizioni d’uso della piattaforma vengono contrassegnati come pericolosi e rimossi, causando in alcuni casi perdite di visualizzazioni nell’ordine di milioni e dunque perdite di introiti per chi con il porno ci lavora legittimamente.

OnlyFans non resta a guardare

Per una piattaforma i cui utenti subiscono un contraccolpo evidente, ce n’è un’altra che ne raccoglie i frutti lasciati per strada. OnlyFans, attiva dal 2016 ma salita alla ribalta nel 2020 con un boom di iscrizioni durante la pandemia (+75%), è un sito web in cui dinamiche diverse sembrano offrire un nuovo scenario ai lavoratori dell’industria pornografica e non solo.

Registrandosi a questa piattaforma come creator, è possibile creare un profilo cui gli utenti che rappresentano il pubblico possono iscriversi pagando una fee di abbonamento per vedere i contenuti del creator. Inoltre, il creator può vendere i propri contenuti (foto, video, messaggi privati) a utenti specifici. OnlyFans trattiene il 20% delle transazioni, ma vive di dinamiche che pongono nelle mani dell’utente che apre il profilo il potere decisionale sui propri contenuti e che quindi tenta di esaltare il concetto di User Generated Content all’ennesima potenza

E il gioco sembra valere la candela: l’attrice Bella Thorne avrebbe guadagnato circa 2 milioni di dollari dalle iscrizioni al suo profilo poche ore dopo averlo aperto. Mia Khalifa ha affermato di aver utilizzato OnlyFans per raccogliere circa 160.000 dollari che ha poi donato in beneficenza. Nomi meno altisonanti utilizzano OnlyFan per arrotondare lo stipendio o sopperire la mancanza di introiti in seguito all’emergenza coronavirus.

Non è comunque la Terra Promessa e anche qui all’orizzonte si stagliano potenziali nuovi scandali e discussioni che OnlyFans si troverà un giorno a dover gestire: una volta che il contenuto viene venduto, il creator non ha su di esso più alcun controllo e pare che già esistano siti e canali paralleli in cui foto e video sono scambiati senza il consenso del creator, sul quale questo mantiene comunque il copyright. Sono attività che non rientrano nella sfera del revenge porn, ma che costituiscono comunque una delle ombre e delle imperfezioni della piattaforma, sulla quale però al momento non sembra poter esserci alcun controllo, se non quello del creator che ha la facoltà di rivolgersi alle autorità.