Il punto di forza è anche il punto di debolezza del primo tentativo di rappresentare al cinema un personaggio così controverso e contrastato: la messa in scena di Freddie Mercury. Di lui non si parla da oltre venti anni, caduto nell’oblio forse perché è un personaggio mai compreso fino in fondo, tutto sommato nemmeno dai fan. Un gigante dimenticato con troppa velocità, la stessa con cui si è cercato di sorpassare concetti come l’Hiv e l’Aids relegati a un retaggio amplificato degli anni ’80.

Eppure con Bohemian Rhapsody, contrastato e contrastante biopic firmato da Bryan Singer (la cui presenza sul set è stata al centro di numerosi clamori legati alla sua professionalità, forse anche per questo la pellicola risulta spesso sfuocata e poco fluida) che mette al centro della storia un Farrokh Bulsara dall’esordio stentato fino all’epopea che lo porterà a diventare Freddie Mercury. Il pretesto per raccontare le virtù e i vizi di uno dei performer più grandi di tutti i tempi è stato di legare lo sviluppo da Bulsara a Mercury attraverso la storia dei Queen.

Ed è questo il punto di forza e debolezza. Mercury è sicuramente l’elemento cardine su cui si è imperniato il successo eclatante del celebre gruppo inglese, in virtù delle sue straordinarie doti vocali e della forte personalità. Ma è anche la debolezza del film, perché l’interpretazione di Rami Malek lo rende distante dalle attuali generazioni e comprensibile solo a chi ha vissuto quegli anni (chi vi scrive, per esempio, riassaporando un passato finito troppo in fretta).

Sono troppi, perfino eccessivi, i “buchi” narrativi. Per fortuna non si è ceduto al tentativo di descrivere la sfera privata, finendo in un pericoloso stereotipo. Tuttavia appaiono frettolosi alcuni passaggi, fin troppo semplici e riduttivi tanti altri. I salti sono iperbolici da un estremo all’altro, con tagli dovuti probabilmente alla lunghezza della pellicola (2 ore e 15 minuti il cut finale) ed errori grossolani nella tempistica di alcuni fatti. Difficile essere concordi che si tratti di un biopic fedele, piuttosto è una rappresentazione teatrale e per molti versi iperbolica e metaforica della vita di Freddie Mercury legata intrinsecamente a quella dei Queen. Se è questa la vera ottica, nonostante le sfilacciature, risulta godibile ma poco coinvolgente.

Mercury e i Queen

Certo non è facile portare sul grande schermo la complessità di un personaggio e di un’epoca così difficili da rappresentare nella loro pienezza. Difficile anche non cadere nella macchietta, eppure Malek (il protagonista di iRobot) conferisce spessore al protagonista senza eccedere, anche se in alcune parti è fin troppo “millennial” per essere credibile. I contesti dove riesce meglio a vestire i difficili panni di Mercury è nelle scene che simulano i concerti: soprattutto nella riproduzione della storica e inimitabile partecipazione al Live Aid (preso come metafora di una rinascita, almeno in questo caso seguendo la storia reale), l’attore è perfettamente a suo agio, tanto da strappare sorrisi commossi a chi ha vissuto in diretta quei momenti. Diversamente, nelle scene più recitate passa dall’essere didascalico al risultare lontano, alieno, con poca empatia.

La verità è che Bohemian Rhapsody è un film comprensibile solo da chi ha vissuto i Queen. E ripercorre i primi tempi, la coesione del gruppo e la voglia di provocare e sperimentare. Ma manca troppo, manca tutto il contesto. All’attore protagonista mancano sopratutto gli occhi di Mercury: quello sguardo attento e fuso con la platea, il volto diretto ai suoi fan mentre si dona completamente proponendo note irripetibili, gli occhi di chi sta mettendo l’ascoltatore al centro della propria performance. Una qualità dei Grandi, che non cantano per se stessi ma per onorare, galvanizzare e coinvolgere le persone che stanno partecipando all’evento.

Manca totalmente questo lato. Quello che ha reso unici i Queen. E Freddie Mercury. Un artista mancato troppo presto in questo mondo sempre più fatto di urlatori e di voci sintetizzate frutto di egocentrismo e sempre meno da performer.