È inevitabile: Apple abbandona i processori di Intel per i Mac. L’articolo di Bloomberg che ha gettato benzina sul fuoco sul futuro dell’hardware alla base dei Mac non ha stupito più di tanto. E non ha nemmeno colto impreparati i più attenti analisti, esperti e addetti ai lavori. Certo, lo switch dagli attuali Intel ai futuri chipset Apple non avverrà in modo rapido né sarà indolore; diventerà però operativo a partire dall’inizio del 2020. Queste le informazioni sintetiche contenute nell’articolo del sito americano, sufficienti a creare scompiglio sul mercato.

Nome in codice: Kalamata

La piattaforma di Apple che animerà i futuri computer con la Mela morsicata è chiamata in codice Kalamata. L’azienda californiana ha ormai acquisito una certa dimestichezza nello sviluppo dei processori. Basta pensare che i chip che animano iPad e iPhone sono da sempre disegnati e sviluppati all’interno dei corridoi di Cupertino.

Kalamata sarà quindi un hardware unificato per Mac, iPhone e iPad, semplificando la vita anche agli sviluppatori di app finalmente messi nelle condizioni di seguire una strada uniformata e non più l’attualr biforcazione (da una parte Intel, dall’altra Arm).

Altro vantaggio innegabile di Kalamata sarà la possibilità di avere un’unica piattaforma portante che andrà a semplificare ulteriormente la sinergia tra i vari tipi di dispositivi, oggi affidata unicamente al software (in particolare a iCloud e a tutte le sue sfaccettature).

La transizione dall’attuale Intel al futuro Kalamata avverrà per passi. La roadmap prevede una serie di passaggi a step ma il progetto, scrive Bloomberg, è già stato approvato dal management di Apple. Per Intel si tratta di un contraccolpo non banale, non solo per quanto riguarda il business ma soprattuto per l’immagine dell’azienda. Apple incide per circa il 5% dei proventi annuali dell’azienda di Santa Clara: in seguito all’articolo pubblicato sul sito, Intel ha perso circa il 9% alla borsa di New York. Tuttavia nessun manager ha voluto commentare la notizia: si limitano a “non pronunciarsi sulle speculazioni che riguardano i clienti”.

La svolta della Mela

Per Apple si tratta di un momento cruciale nella definizione del suo futuro. Gli iPhone stanno subendo una sorta di stagnazione delle vendite, con una consecutiva plafonatura dei numeri e crescite marginali sempre più risicate. Il recente annuncio di un iPad low cost ha lo scopo di riportare la Mela morsicata nelle intenzioni d’acquisto dei tablet da parte dei consumatori poco propensi a investire un capitale in questi dispositivi che ancora oggi trovano difficilmente una collocazione consumer.

L’Apple Tv è in perenne ricerca di una sua identità mentre il Watch risulta essere l’orologio più venduto al mondo, addirittura superando brand del calibro di Rolex. L’ecosistema è quindi ampissimo e variegato, necessita di essere armonizzato. L’intonazione potrebbe derivare da una piattaforma comune: portare all’intero di Cupertino lo sviluppo dei processori darebbe la stura al controllo totale sulla linea di produzione, con ricadute positive sulla gestione della roadmap di sviluppo e miglioramento delle prestazioni.

“Ci sono chiare avvisaglie che Apple si prepara un grande progetto di integrazione, anche per iOS e Mac OS”, spiega Shannon Cross, analista di Cross Research.

La stagnazione di Intel

Il pieno controllo sullo sviluppo dei chip, senza dover attendere i voleri di Intel, permetterà ad Apple di prendere le redini anche sui miglioramenti di prestazioni e sull’incremento di funzioni delegate ai processori. D’altra parte, sembra quasi pleonastico dirlo, per la società californiana è un ritorno al passato. Prima del 2006 (anno dei primi Macbook Pro e iMac animati da Intel), i computer con la Mela morsicata erano tutti affidati a processori co-sviluppati da Apple.

Ma l’attesa forzosa di step evolutivi seguendo il registro di Intel non sarebbe stata l’unica molla ad accelerare la transizione di Apple verso una nuova generazione di processori dedicati. Il fatto è che anche Intel si trova in una situazione di (apparente) stagnazione.

Il linguaggio della società di Santa Clara è sempre uguale da diversi anni a questa parte. La grammatica è articolata su annunci periodici di nuovi processori che promettono prestazioni superiori alla generazione precedente. La sintassi è descritta da messaggi sostanzialmente invariati: efficienza superiore, wireless come asset, migliore autonomia della batteria. Di certo non ha aiutato a migliorare l’immagine di Intel l’individuazione delle vulnerabilità Spectre e Meltdown intrinseche nelle attuali Cpu e che richiedono una nuova generazione di chip per correggerle definitivamente.

Se si confrontano computer proposti negli ultimi tre anni è davvero difficile avere un riscontro concreto e oggettivo sull’incremento effettivo delle prestazioni nell’utilizzo dei computer. Soprattutto nella fascia di mercato più diffusa tra i consumatori. I produttori di Pc ricevono nel tempo vari step evolutivi delle cpu Core, fattore che non aiuta a rendere chiaro ai consumatori di quale generazione possono far conto nel proprio computer.

A conti fatti il computer, se non per le dimensioni e il formato, non ha fatto passi rivoluzionari nell’ultimo lustro ma ha seguito una logica di maturazione fisiologica. E reificare il concetto di “prestazioni superiori” diventa sempre più difficile. La legge di Moore è stata ampiamente superata già nel 2015 e la micro-architettura su cui si basano i Core sta rapidamente raggiungendo il limite strutturale.

Dal 2011 a oggi Intel ha proposto 14 varianti di architettura passando da 32 nm agli attuale 10 nm (i 14 nm sono stati impiegati dal 2014 fino alla fine di quest’anno), con la risultanza di un minore consumo energetico ottenuto in otto anni. Guardando la situazione in prospettiva futura ci si chiede su quali fronti Intel può ancora operare per superare una sorta di stallo tecnologico. Quantomeno, ripetiamo, nel segmento più ampio e mass market, perché nella fascia alta dei processori per il mercato gaming le innovazioni non mancano. Ma sono limitate a un utente elitario.

Dunque, se la logica migliorativa è solo legata alla riduzione del processo produttivo, alla resa dei conti Intel correrà il rischio di troversi a competere proprio sul terreno di Arm: uno scenario decisamente da evitare. Di certo non mancheranno progetti segreti nei cassetti californiani, per ora la situazione apparente è quella descritta. E Intel stessa sembra sempre più concentrata a costruire un business extra Cpu per il mercato consumer.

L’epopea Arm

Con l’articolo di Bloomberg e le analisi che si possono dedurre, sembra sempre più confermato che Arm è destinata a diventare una piattaforma concreta e collaudata anche sui computer. Google, Microsoft e Qualcomm da tempo operano in questo senso. Ora anche Apple sembra orientarsi verso questo paradigma. E Intel sembra osservare.