Adobe
Audeze

Negli ultimi dieci anni, le emoji sono diventate sempre più parte integrante della comunicazione digitale di molte persone, per questo Adobe ha scelto di indagarne l’uso. Queste note di colore tipografiche hanno diverse funzioni: rappresentano un sistema di comunicazione visiva, ma anche un modo divertente e amichevole per esprimere la propria personalità e, a volte, sono un’occasione di incontro tra culture e una sfida per il raggiungimento della parità e dell’inclusività.

A volte le emoji ci consentono di esprimerci meglio delle parole. Li usiamo per riprodurre il tono della voce e i gesti, aspetti importanti che vanno completamente persi in molte forme di comunicazione digitale: le emoji si sono evoluti per aiutarci a colmare quei gap emozionali. Ecco perché è fondamentale che ogni individuo possa sentirsi identificato all’interno della libreria delle emoji: se non siamo in grado di esprimerci con accuratezza perché non troviamo un simbolo che ci rappresenta davvero, perdiamo l’opportunità di condividere aspetti importanti della nostra personalità con gli interlocutori.

Nel sondaggio di quest’anno, Adobe ha interpellato 7000 utenti che utilizzano frequentemente le emoji, provenienti da sette Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Giappone, Australia e Corea del Sud. Pur essendoci senza dubbio alcune differenze locali, sono state trovate molte tendenze comuni: secondo la maggioranza delle persone intervistate (83%), abbiamo bisogno di emoji che ci rappresentino in modo più inclusivo. Ecco alcuni dei risultati più importanti.

Emoji più rappresentative di culture, età e gruppi etnici diversi

Chi ha partecipato allo studio di Adobe crede che serva più inclusione innanzitutto nella rappresentazione della cultura, seguita dall’età e dal gruppo etnico. Ciò si applica soprattutto a chi parla più di una lingua e alla Generazione Z (il 41% desidera che la cultura sia meglio rappresentata nelle varie opzioni delle emoji).

Solo metà degli utenti intervistati da Adobe crede che la propria identità sia accuratamente rappresentata nelle emoji attualmente disponibili (54%). Simboli più rappresentativi e inclusivi di diverse culture, fasce d’età e gruppi etnici sono fondamentali per esprimerci meglio. La questione non si limita all’identificazione: le emoji possono anche aiutarci a trasmettere in modo più accurato i nostri sentimenti. Chi non si sente rappresentato, potrebbe decidere di non utilizzare affatto questo strumento comunicativo.

Le persone con disabilità si sentono decisamente escluse 

Meno della metà delle persone con disabilità o invalidità intervistate da Adobe si sente rappresentata nelle emoji attualmente disponibili (37%). Alcuni individui con disabilità che hanno partecipato al sondaggio vorrebbero che le emoji includessero più “oggetti utili” oltre a quelli recentemente introdotti come la carrozzina, il bastone o gli ausili per l’udito.

Allo stesso tempo, alcune persone intervistate ritengono che ridurre la loro disabilità a un oggetto potrebbe minare la loro capacità di esprimersi in modo autentico. È chiaro che le emoji dovrebbero aiutare le persone con disabilità a sentirsi più rappresentate.

Adobe: che cosa ci dicono i capelli? A quanto pare, tanto

La personalizzazione delle emoji per aspetti come il colore della pelle ha sicuramente reso questo strumento più inclusivo. Si tratta di uno sviluppo dal successo indiscutibile, ma le persone vogliono di più: per riflettere al meglio il proprio aspetto, desiderano alcune opzioni di personalizzazione come il taglio o il colore di capelli, gli accessori, la corporatura e il colore degli occhi.

La maggioranza degli utenti in tutto il mondo intervistate da Adobe personalizza le proprie emoji (55%) e vorrebbe avere più opzioni di modifica per riflettere meglio la propria identità (58%).

Inoltre, pare che quasi sette utenti su 10 (68%) che si riconoscono nella comunità LGBTQI2+ personalizzano le proprie emoji; il 72% vorrebbe avere a disposizione più opzioni. Negli USA e nel Regno Unito, l’85% delle persone appartenenti alla comunità nera, il 72% di quella asiatica e il 78% di quella latina vorrebbe personalizzare le emoji.

La maggioranza delle persone intervistate in tutto il mondo reputa che più opzioni di personalizzazione potrebbero aiutare a colmare i gap nell’inclusione (78%).

Emoji più inclusive  potrebbero portare a un mondo più inclusivo 

Nonostante la difficoltà nel creare emoji più inclusive, l’ampia maggioranza delle persone, specialmente tra le generazioni più giovani, crede che questi abbiano il potere di generare un cambiamento positivo nel mondo che ci circonda. Il 77% della Generazione Z e il 75% dei Millennial sostengono che emoji più inclusive possano sollevare un dibattito positivo su importanti temi sociali. Negli USA e nel Regno Unito, le persone appartenenti alle comunità nera (85%), asiatica (85%) e latina (77%) che utilizzano le emoji credono che questi ultimi possano contribuire positivamente al dibattito su questi temi.

La maggioranza delle persone intervistate è d’accordo sul fatto che le emoji siano un importante strumento di comunicazione per creare unità e rispetto e per comprendere meglio gli altri (76%).

Altri gruppi in tutto il mondo condividono lo stesso (se non maggiore) ottimismo riguardo al potere delle emoji. Secondo molti membri della comunità LGBTQI2+ (63%), persone con disabilità (61%) o poliglotte (61%) le emoji potrebbero diventare ancora più progressisti nei prossimi cinque anni.

Senza notevoli differenze geografiche, gli individui intervistati hanno apprezzato alcune nuove emoji inclusive da un punto di vista culturale e di genere: una persona che allatta un bambino (#1), il bubble tea (#3), una persona in smoking (#3).

Le sfide che attendono le emoji: dimensione, dettaglio e scala 

I risultati del sondaggio hanno confermato molte delle tendenze che ho osservato in questi anni. Lavorando per coinvolgere persone gender-inclusive in Unicode Standard mi sono reso conto che, come qualsiasi tipo di rappresentazione, anche le emoji hanno dei limiti. In particolare, sono molto piccole e l’attenzione ai dettagli conta fino a un certo punto. Durante il progetto, mi è stato spesso chiesto come creare rappresentazioni davvero gender-inclusive nel format delleemoji. Alla fine, mi sono reso conto che tendiamo ad affidarci molto al taglio di capelli come caratteristica fondamentale dell’espressione di genere, quindi non mi ha sorpreso scoprire che per i partecipanti allo studio, il taglio e il colore dei capelli sono così importanti. Per dettagli più piccoli, come il colore degli occhi, bisogna agire su pochissimi pixel, quindi è difficile che il risultato conti davvero.

Insieme per un futuro più inclusivo per le emoji 

Hai un’idea che pensi potrebbe migliorare il sistema delle emoji? Se la risposta è sì, devi solo convincere l’Unicode Consortium che un dettaglio apparentemente minuscolo potrebbe avere un grande impatto. Per fortuna, se vuoi presentare un’emoji o un’opzione di personalizzazione che renda questi simboli più inclusivi, puoi affidarti ad alcune risorse: non devi fare tutto da sol*! Emojination è un’associazione che aiuta gli utenti a creare proposte per nuovi emoji con cui rendere il nostro mondo digitale un luogo più rappresentativo (ad esempio, supportando il lavoro di Yiying Lu, creatrice di Boba Tea Emoji e Dumpling Emoji). Adobe è orgogliosa di sostenere questa realtà.

Emojination è un’associazione popolare nata cinque anni fa. Il suo motto è “Emoji By The People, For The People” e l’obiettivo è aiutare i creatori di nuovi emoji a orientarsi nel complesso e arduo processo di approvazione di Unicode.

“Il sostegno di Adobe è stato fondamentale per le attività che Emojination ha portato avanti negli ultimi cinque anni al fine di avere emoji più inclusivi e rappresentativi. Ci permette anche di sostenere le persone appassionate che si battono per vedere rappresentate se stesse e le proprie culture, portando all’approvazione di emoji per il sari, l’hijab, il boomerang, la piñata, la matrioska, l’arepa e il bubble tea,” dice Jennifer Lee, co-fondatrice di Emojination riflettendo sulla partnership in corso con Adobe.

Tutto questo si traduce nella grande sfida che ci aspetta: cambiare la nostra cultura in modo che sia più inclusiva e amplificare le voci delle persone che, da sempre, sono poco considerate, poco rappresentate o talvolta ignorate. Ci sono tanti individui che hanno storie importanti da raccontare e tanto bisogno di essere ascoltati, in modo che possano condividere il loro punto di vista.